Attenzione
Conte abbatte la dittatura che fu sua
A pensarci bene, poteva essere soltanto l’Internazionale a mettersi sul petto il primo scudetto cinese della storia del nostro calcio: il Destino certi assist non li sbaglia mai. Ma di sbagliato non c’è niente in questa stagione dell’Inter che dopo undici anni torna a vincere con grande merito il campionato grazie a una squadra che mescola gioco, muscoli, organizzazione, carattere e mentalità. Ha vinto l’Inter, viva l’Inter.
Nel suo genere è una Liberazione, una data da ricordare. È la fine di una dittatura pallonara, la caduta del muro della Juve, una rivoluzione calcistica. Dopo nove scudetti consecutivi i bianconeri si sono arresi e consegnati, è finito lo strapotere, un’egemonia che ha segnato un’epoca fin troppo lunga per i tifosi di uno sport che vive di rivalità, duelli, equilibrio, emozioni e polemiche. Credo che alla fine non si divertissero più neppure i tifosi della Juve. Le abitudini annoiano e ora l’Inter può diventare una novità eccitante, capace di rilanciare l’interesse per il nostro campionato.
Il golpe l’ha firmato Antonio Conte e forse poteva essere soltanto lui. L’uomo che aveva costruito le fondamenta del ciclo della Juventus, e che dopo lo strappo del luglio 2014 era diventato un nemico della Casata Bianconera, oggi si gusta la rivincita come nessun altro. Ha spiegato così il senso di questo scudetto: “È un’opera d’arte”. E lui è un Maestro, un Picasso della panchina. I suoi trofei, mai banali, sono figli del lavoro e del perfezionismo, ma anche spruzzati di invenzioni, genio, energia. Esaltati dalle polemiche.
Conte è un collezionista di scudetti e fra i tanti meriti della proprietà cinese c’è anche questo: aver capito che la Juventus andava battuta sul suo stesso terreno. Prima Marotta, poi Conte, l’Inter aveva bisogno di aggiungere professionisti vincenti e con loro ha vinto. C’era l’ultimo scalino da salire, l’ultimo step da fare e questa squadra c’è riuscita seguendo il passo del suo allenatore, che giorno dopo giorno ha saputo indicare la strada. All’Inter avevano quasi tutto, mancava la mentalità vincente, quella che ha portato Conte. “Se credi in lui vinci” può essere lo slogan della casa. E lui è Conte, un allenatore che fa crescere il gruppo con le regole dure, il senso di appartenenza, il lavoro, la disciplina. Non è un giochista in senso stretto, ma neppure un gestore. Il suo calcio è un cocktail che mescola la capacità di fare possesso palla con la rapidità di un contropiede. L’eterea eleganza di un Eriksen con la forza bruta di un Lukaku. La capacità di difendersi (29 gol al passivo, la miglior difesa del campionato), ma la voglia di attaccare (74 gol, secondo attacco dopo l’Atalanta). Tu chiamala se vuoi organizzazione.
E poi la crescita della squadra, ovvio, passa attraverso la crescita dei giocatori. Lukaku era già forte, ma non così forte, tanto per parlare dell’uomo-simbolo di questa Inter. Tattica, mentalità, lavoro, fame, non so se Conte scrive queste parole sui muri dello spogliatoio come faceva il suo guru Sacchi, ma l’idea è la stessa: non mollare mai. L’Inter non era la favorita, ma è cresciuta giornata dopo giornata, ripulendosi dei difetti iniziali, gestendo i momenti di caduta (Champions), cambiando modulo, ricercando l’equilibrio, facendo crescere la rabbia più sana. E come in tutte le cose è arrivata anche la fortuna vestita da crisi economica, che ha impedito la cessione di Eriksen a gennaio e costretto Conte a inventarsi un’altra Inter. L’ultima. L’opera d’arte. Finito il periodo Vidal, è iniziato il periodo Eriksen: la stessa tela, colori più vivi. I colori dello scudetto. –
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