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L’amaro e poi il conto. Lo paga tutto Agnelli?

Andrea Agnelli
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Andrea Agnelli

Si sbriciola il progetto delle 12 big d’Europa, il presidente rischia anche la guida futura della Juventus «Ma non molliamo l’idea». Tentativi disperati nella notte, si è pensato anche a Napoli e Fiorentina

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MILANO. Nelle 48 ore più folli del calcio europeo, Agnelli e Perez le hanno provate tutte, fino all’ultimo, per convincere gli altri soci fondatori e portare avanti il progetto della Superlega. Anche pensando di sostituire la fuga delle squadre inglesi con altri club, dal Siviglia al Lione passando per Napoli, Fiorentina e Olympiakos. I dodici si sono trovati su una piattaforma: tutti dirigenti di massimo livello, proprietari o amministratori delegati. Un ultimo tentativo per provare a convincere le società pentite. Andrea Agnelli, è tra i più attivi durante il vertice, soprattutto nel chiedere chiarezza ai manager delle inglesi: «O state con noi o no, non potete provare a tenere il piede in due scarpe», la posizione del presidente della Juventus. I sei club d’oltremanica si dimostrano irremovibili da subito. Non basta nemmeno una pausa di riflessione durante la riunione, per convincere Liverpool e colleghi a rimanere dentro la Superlega. Tanto che, dopo il break, le stesse società inglesi rientrano confermando che avrebbero lasciato il progetto. Troppe pressioni dal governo di Boris Johnson – spiegano – mostrando di temere Downing Street più che i tifosi inferociti. La scelta delle inglesi crea un clima di delusione tra gli altri. Prima di mezzanotte gli inglesi lasciano anche la chat, in un simbolismo chiaro a tutti. Restano in sei, ipotizzano di andare avanti con qualche rimpiazzo. «Chi mettiamo?», si chiedono: corrono i nomi di Siviglia, Napoli, Fiorentina, Olympiakos e Lione, ma fin dall’inizio tutti capiscono che si tratta di un’ipotesi di fatto impraticabile. «Come ne usciamo?» si chiedono i presenti. Le sei squadre rimanenti trovano l’accordo per diramare un comunicato che parli di una “sospensione” della Superlega, con la necessità di «rimodellare il progetto»: maquillage di comunicazione, la fuga è già cominciata. Si sfilano infatti anche Inter e Milan.

I L TRAMONTO DI ANDREA

Poteva essere l’anno del decimo scudetto consecutivo e della firma sul nuovo corso del calcio delle big, invece Andrea Agnelli si ritrova con il tricolore ormai scucito e lo smacco del naufragio della Superlega, di cui è stato tra i promotori. Una botta più dura, probabilmente, delle due finali di Champions perse, le pagine più amare nella sua gestione. Insieme alle eliminazioni premature dall’Europa, da ultima quella a marzo per mano del Porto. Il presidente della Juventus incassa una sconfitta per lui epocale, costretto a riporre nel cassetto il progetto del nuovo supercampionato che aveva caldeggiato e indicato come strada per il rilancio del calcio europeo. Un’idea portata avanti «perché si deve pensare non a interessi particolari, ma collettivi», aveva detto l’8 marzo all’ assemblea generale dell’Eca. Una Superlega pianificata per cogliere «l’interesse dei grandi soggetti a livello finanziario, in un «calcio al bivio, con il rischio di implodere sotto il peso di 8,5 miliardi di euro di ricavi complessivi in meno per colpa del Covid». Poi la Superlega è svanita come nebbia al vento, con una nuova Brexit, il passo indietro delle sei inglesi che hanno fatto crollare il castello. E adesso Agnelli, che ha abbandonato la presidenza di Eca e l’incarico in Uefa, dovrà ricucire anche i rapporti con le istituzioni del calcio e le altre società, dopo il cambio di posizione sull’ingresso sui fondi dei private equity. E deve fare i conti, sempre più in rosso, della Juventus uscita dalla scena europea già da oltre un mese, con la resa al Porto negli ottavi di Champions. E in campionato, dopo 9 anni di dominio, è andata decisamente male, neppure il posto nella prossima bistrattata Champions è al momento sicuro. Ora Agnelli deve pensare a un futuro diverso da quello che aveva ipotizzato: pare scontato il sacrificio di uno tra CR7 e Dybala, prendere un altro top player diventa sempre più difficile, il prossimo mercato non sarà facile. Niente a che vedere, però, con la delusione della Superlega sfumata sul più bello.

LA GIOIA DEI TIFOSI

Una vittoria che racchiude in sé tante emozioni, dal sollievo per lo scampato pericolo, al timore di nuove scissioni, fino alla voglia di cambiare le regole: da Londra a Milano, da Madrid a Parigi, esultano i tifosi per il fallimento della Superlega, caduta sotto i colpi di una campagna politico-mediatica senza precedenti, soprattutto nel Regno Unito. Dove il fronte compatto, composto dalle istituzioni (il governo di Boris Johnson, ma anche l’opposizione), dalle autorità sportive (Federcalcio e Premier League), e dai media ha difeso a spada tratta le istanze della stragrande maggioranza dei supporter, ferocemente contrari alla creazione di una competizione ad inviti, in difesa di un calcio per tutti. Una resistenza così agguerrita da costringere i sei club ribelli non solo a una precipitosa inversione di marcia, ma anche alle scuse pubbliche rivolte agli stessi tifosi. Ma al di là delle unanimi proteste da parte delle tifoserie organizzate, sui social come fuori dagli stadi, decisivo è stato il duro tackle da parte dell’esecutivo di Sua maestà, che fin dalla primissima ora si era schierato contro il piano. Una ferma opposizione in nome della quale il premier Boris Johnson era pronto anche a ricorrere a iniziative legislative. Minacce che hanno infine convinto i club reprobi a più miti consigli. Sorride al flop anche il principe William, nella veste di presidente della federcalcio inglese: «Sono lieto che la voce dei tifosi sia stata ascoltata». —

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