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TENNIS: STORIE DI CONFRONTI 

Quando l’asso maturo respinge l’impertinente

SERGIO BRACCINI
Quando l’asso maturo respinge l’impertinente

Le sfide tra i vecchi draghi e gli emergenti della racchetta Quella volta che Connors a Wimbledon con Pernfors...

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SERGIO BRACCINI

Se c’è un momento in cui il campione maturo, consolidato, dà il meglio di sé, è quando affronta la stella emergente, il giovane predestinato: che lo sia per i media o sulla base di concrete attitudini, non fa differenza. È in questi frangenti che il primo tira fuori il massimo dal repertorio, ogni coniglio dal capiente cilindro del suo talento. Negli sport individuali questi incroci sono spesso occasione di confronti spartiacque; talvolta segnano un passaggio di consegne destinato alla storia, più spesso, però, mettono in luce distanze ancora nette, velleità costrette ad attendere ancora per l’acerbo sfidante.

Non fa eccezione il tennis. Ieri la distanza reale tra il numero uno del mondo (da più di trecento settimane consecutive) e il dinoccolato altoatesino si è vista tutta. Com’era peraltro prevedibile; quantomeno da chi è capace di dare il giusto valore alla contesa tra un fuoriclasse come Djokovic e un non ancora ventenne di pur bellissime speranze, che sconta pure il fatto di essere esaltato ben oltre il lecito da un’opinione pubblica sempre portata alle iperboli e, purtroppo, anche da tanti, troppi “addetti ai lavori”. Sinner è un ottimo prospetto, e già un buon tennista. Ma chi alla vigilia aveva ipotizzato una sua vittoria sul serbo affamato di record si sbagliava di brutto. Perché nello sport esistono le categorie, i numeri, le statistiche, i palmares. Senza entrare nel merito tecnico (anche se è apparso evidente da subito che l’azzurro si sia esposto alla fucilazione scegliendo di battagliare dal fondo, senza variare d’una virgola il suo gioco) la sfida monegasca ne ha ricordate altre scolpite nelle tavole marmoree della storia del tennis.

Su tutte, una. Quella, assai più spettacolare, che vide opposti negli ottavi di finale di Wimbledon 1987 il 35enne Jimmy Cornnors, a lungo numero 1 della classifica Atp e tuttora il giocatore col maggior numero di successi nel circus, e l’allora 22enne ma già top ten Mikael Pernfors. Cito la splendida narrazione di Paolo Valenti. «Pernfors produce il suo gioco semplice, con pochi errori. Connors sembra un felino addormentato: i suoi passanti non entrano, il suo servizio è aggredibile, i rantoli da battaglia un orpello dimenticato nella cassetta degli attrezzi. Lo svedese lo surclassa: 6-1, 6-1, 4-1, 40-0 col servizio a favore. Tutto sembra ormai indirizzato e il destino di Jimbo cancellato dal tabellone di Wimbledon 1987». Con il rischio concreto di non riuscire, l’anno seguente, ad avere un’altra chance di esibirsi su quell’erba carica di storia. E forse è proprio quel dubbio che passa per la mente di Jimmy, che rianima il suo spirito guerriero e lo spinge a chiudere in tuffo a rete un 40-15 che probabilmente non farà la differenza. «Ma Connors ha il fuoco dentro: per lui il tennis è lotta furibonda. Strappa il servizio a un Pernfors già con la testa al turno successivo. Scrolla la criniera, il vecchio leone: pensa che può valerne la pena, che ci può provare». Lui e la sua racchetta Wilson che, a guardarla oggi, sembra un retino elettrico per ammazzare le zanzare, non ci stanno ad arrendersi al giovane avversario. E ce la fa, Jimbo: uno, due, tre set di fila (7-5, 6-4, 6-2) ribaltano un risultato che rimarrà per sempre inchiodato al tabellone di Wimbledon come esempio indelebile della voglia di vincere a dispetto di qualsiasi situazione. La voglia di vincere del campione che dice al suo possibile successore: “Aspetta un po’. Io non ho alcuna intenzione di farmi da parte». Ecco, più d’ogni altra strategia, a Sinner (che probabilmente diventerà top ten) avrebbe giovato riguardarsi su YouTube quella storica partita di Connors, omologo, in tempi diversi, del campione ostinato a non arretrare di un passo che ieri lo ha strabattuto, rispettandolo e giocando al meglio delle sue potenzialità. —

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