Sicurezza
«Dal gol scudetto nell’Inter al Bologna, due storie bellissime»
Roberto Mozzini rievoca episodi e aneddoti delle sue esperienze nelle due squadre: «Chi vince? Dovrebbero spuntarla i nerazzurri»
luca tronchetti
Un solo gol, ma indimenticabile. 27 aprile 1980, stadio San Siro, partita Inter-Roma, minuto 88, nerazzurri sotto di un gol (1-2). Fuga di Beccalossi sulla sinistra, cross in mezzo, respinta da un difensore giallorosso e palla che finisce tra i piedi dello stopper della Beneamata, sino a quel momento a secco di gol, che ciabatta in rete con il destro (piede che gli serve solo per camminare) e infila l’angolo alla destra del portiere (nella foto in alto la gioia del gol). Lo stopper era Roberto Mozzini, classe 1951, che tra poco più di un mese compie 70 anni, arrivato all’Inter in quella stagione e che con quella rete regala il dodicesimo scudetto della storia. Tre squadre nel suo destino: Torino, Inter e Bologna. La consacrazione, la maturità e il declino. Un mantovano, nato a Sustinente, trapiantato poco più che tredicenne nella provincia di Reggio Emilia: «Ho iniziato dai preti all’oratorio di Sustinente e poi con la famiglia ci siamo trasferiti a Reggiolo. Un paio di stagione con i dilettanti e mi prende la Reggiana per il settore giovanile. Un bel giorno, poco più che sedicenne, viene un osservatore del Torino. Mi portano al Filadelfia e dopo una decina di giorni in prova Oberdan Ussello, ex calciatore granata e responsabile del settore giovanile, mi fa firmare. Undici anni con indosso quella maglia non si dimenticano. Lo scudetto vinto con Radice, il duello con la Juventus, le sei partite in maglia azzurra».
Poi è arrivato all’Inter: lasciare il Torino le ha pesato?
«È stata una sorpresa positiva. Al Toro non guadagnavo molto. Invece a Milano, sponda Inter, ho firmato i contratti più importanti della mia carriera. Mi volle Eugenio Bersellini, un sergente di ferro che puntava molto sulla preparazione atletica. Grazie a quel gol-scudetto sono entrato nella storia del club. All’epoca noi difensori difficilmente ci spingevamo in avanti. Quella volta decisi a seguire l’azione trovandomi casualmente al limite dell’area romanista. Ameri alla radio usò il termine “saettare” in rete, ma io in realtà “ciabattai” il pallone colpendolo con il piede sbagliato. Mi andò di lusso e gli interisti si ricordano ancora di me. Poi finii al Bologna in cambio di Bachlecner».
A Bologna ebbe il tempo di vedere il talento di Roberto Mancini.
«Vivo a Reggio e a 31 anni desideravo avvicinarmi a casa. Bologna mi sembrava la scelta migliore. Peccato che la squadra prendeva due gol a partita che all’epoca erano troppi. Oggi vedo che non esistono rigide marcature e i difensori vanno in giro per il campo. Negli anni Settanta-Ottanta un gol lo rimediavi, due era quasi impossibile. Mancini me lo ricordo bene. Un ragazzo educato che aveva un’ottima tecnica, cercava sempre il dribbling e la palla la passava poco. Si vedeva che aveva stoffa».
Chi erano gli attaccanti più forti dell’epoca?
«Riva, Prati, Chinaglia e il mio conterraneo Boninsegna. Che duelli con lui. Mi diceva: “Mozzo, ma va via da chi!”. Gli stavo incollato addosso per non farlo girare».
Si rivede in qualcuno dei difensori di oggi?
«Noi raramente superavamo la metà campo. L’unico in cui mi rivedo è Chiellini: forte di testa, insuperabile nell’anticipo dell’avversario. Solo uno come Facchetti, dallo strapotere fisico, avrebbe fatto bene anche negli anni Duemila».
Chi vince tra Bologna e Inter?
«I nerazzurri devono stare attenti, ma alla fine dovrebbero spuntarla. Certo è che per vincere anche in Europa serve un regista in grado di servire al meglio le punte e far sognare i tifosi. Un nome? Con Messi andiamo sul sicuro». —
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