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L’amore può essere solitudine: nessuno ha protetto Cesare

ENZO BUCCHIONI
Cesare Prandelli
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Cesare Prandelli

Sette allenatori in cinque anni, a Firenze non c’è pace per le panchine. Dai Della Valle a Commisso, gli stessi errori

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In principio fu Paulo Sousa, che in piena notte chiamò Andrea Della Valle per contestare il mercato invernale della Fiorentina. Era il gennaio 2016, mai svegliare il presidente che dorme. Da lì il diluvio. Sette cambi di allenatore in cinque anni hanno trasformato la panchina viola in una delle più ballerine del campionato, neanche fosse fatta con la lava dell’Etna. Una tendenza che non è cambiata, anzi è notevolmente peggiorata con il cambio della proprietà.

Se gli “scarpari Della Valle” (copyright Claudio Lotito) nell’ultimo periodo erano diventati mangia-allenatori, l’italo-americano Rocco Commisso è addirittura bulimico, al punto che in 21 mesi di presidenza ha cambiato mister quattro volte. Più o meno uno ogni cinque mesi, roba da regalare a Commisso la tessera ad honorem del club Zamparini-Preziosi-Gaucci-Anconetani e associati. L’ultimo freschissimo addio, forse il più doloroso, è quello di Cesare Prandelli che s’è dimesso in maniera speciale, da uomo vero e sensibile. Ma pur sempre di dimissioni trattasi.

Che succede? D’improvviso Firenze è diventato un posto dove fare calcio è pericoloso per la salute e la Fiorentina una società da guardare con sospetto?

Macché! Tutto, come sempre, va analizzato partendo dai risultati, dalla classifica. Da cinque anni la Fiorentina non funziona, è lontana dalla sua storia e dalle ambizioni della piazza, da tre campionati è addirittura in lotta per non retrocedere.

E in questi casi chi paga se non l’allenatore? Già. Il presidente no, in quanto presidente. I giocatori no perché costano troppo, guadagnano anche di più e hanno procuratori muscolosi. I dirigenti no, perché quasi sempre sono complici del presidente.

Quindi? Non resta che cambiare l’allenatore per mascherare errori e fallimenti dei piani calcistici e provare a cambiare il corso delle corse. Meglio se delle partite.

Tipico è proprio il comportamento della Fiorentina “made in Usa”. Rocco Commisso è sbarcato nel nostro campionato nel giugno del 2019 con ambizioni e proclami, salvo poi tenersi in panchina (forse per risparmiare) Vincenzo Montella, l’allenatore scelto dai Della Valle, in un momento negativo, tanto che s’era salvato all’ultimo minuto dell’ultima partita. Però, da giugno a dicembre il passo è breve per accorgersi che l’Aeroplanino non vola più.

C’è da salvarsi e allora chi meglio di uno specialista come Beppe Cinghialino Iachini? E siamo a due allenatori. Ma Iachini è come quei medici che non ti fanno morire, ma neanche ti fanno stare bene-bene almeno un giorno, come disse Sibilia di Rino Marchesi. E allora? Novembre 2020, odissea nello strazio.

Rocco e i suoi consiglieri, che poi trattasi di Joe Barone unica esperienza riconosciuta nei Cosmos, per cercare di rilanciare si affidano a Cesare Prandelli. Questione di cuore, di ricordi, affetti, stima e curriculum: sembra l’uomo giusto per la piazza viola. Prandelli però trova una montagna da scalare.

La squadra è impaurita, l’autostima a zero, il gruppo atleticamente molle e psicologicamente depresso, nello spogliatoio troppi problemi irrisolti, la rosa costruita male. Morale? Cesare, che vorrebbe giocare il suo calcio, si ritrova invece a chiedere quel che faceva Iachini: primo non prenderle.

E invece le prende sode, la classifica è scritta sulle sabbie mobili, lo spogliatoio esplode. E la società cosa fa?

Lascia solo l’allenatore davanti alle sue responsabilità, non lo protegge nelle scelte e nelle reazioni di giocatori esclusi, non lo difende mai pubblicamente dagli attacchi social solitamente non simpatici, in sostanza gli fa capire che se la Fiorentina dovesse andare in serie B le responsabilità saranno solo sue.

Ottimo. Verrebbe da ricordare che, invece, una società che fa bene calcio come l’Atalanta, fra il capitano Gomez e l’allenatore Gasperini ha scelto Gasperini per dare un segnale preciso a tutti. La Viola no. E Cesare Prandelli, che per sensibilità, amore per la Fiorentina e per i fiorentini ha somatizzato tutto, s’è colpevolizzato nel tardare a tirare fuori la squadra da questa situazione, da solo.

S’è sentito battuto, vinto, sconfitto. Di sicuro stanco e depresso. La lettera-confessione parla di un uomo di grande dignità e valori, senza paura di mettersi a nudo, che non cerca scuse, capace di assumersi le responsabilità. Prandelli ha grande dignità nel dimettersi, ma la società ha grandi responsabilità.

Un allenatore si protegge dentro e fuori, si mette nelle condizioni ideali per lavorare, tanto più che nelle ultime due gare i progressi s’erano visti e il lancio in orbita di Vlahovic era, e resta, un capolavoro. Poi la vittoria larga a Benevento e l’aver tenuto testa al Milan secondo in classifica erano comunque segnali positivi: non sono bastati. Hanno vinto gli Amrabat e i Biraghi, ha vinto ancora una volta uno spogliatoio, ma ha perso la società. Non Prandelli.

E così siamo al Quarto Cambio di panchina dell’era americana, anche se il sostituito non è nuovo, ma è stato semplicemente scelto fra Montella e Iachini che sono ancora a busta paga. Toccherà ancora a Beppe Diga Iachini, lo Specialista, provare a salvare la Fiorentina. Auguri.

Ma adesso Rocco Commisso più che cambiare allenatori dovrebbe cominciare a cambiare manager e ruoli in società.

Società forte, risultati forti. Società debole, risultati deboli. Non c’è altra strada… Mi sembra di essere diventato Spalletti! —

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