Il Tirreno

Sport

AMARCORD

Ha giocato coi più forti da Maradona a Platini: «Ma Falcao era un mito»

Michele Falorni
Paolo Giovannelli oggi, nella foto a destra con la maglia dell’Ascoli affronta il Napoli di Maradona e in basso Giovannelli col maestro Liedholm
◗
Paolo Giovannelli oggi, nella foto a destra con la maglia dell’Ascoli affronta il Napoli di Maradona e in basso Giovannelli col maestro Liedholm

A tu per tu con Paolo Giovannelli. Da Cecina alla Roma dello scudetto: memorabili quegli anni ’80

4 MINUTI DI LETTURA





Calcio bollente. Nell’Italia dei molti colori e degli stadi chiusi al pubblico a causa del coronavirus, un salto indietro nel tempo aiuta a ricordare e spiegare ai ragazzi di oggi cosa fosse una partita di Serie A sui campi d’erba naturale quando le radio, e non le immagini in diretta, dettavano ancora la cronaca e il ritmo ogni domenica pomeriggio. Tra le figurine attaccate agli album degli anni 80 e 90 svetta il profilo di Paolo Giovannelli, il ragazzo che il 2 marzo 1980 purgò i cugini della Lazio segnando il gol della vittoria nel derby con la maglia della Roma. Sono passati 41 anni e il mondo è cambiato. Il protagonista di questa storia, classe 1960, oggi è titolare dei bagni Olimpia a Marina e tra pochi giorni sarà nonno.

«Un messaggio ai giovani? Il problema sono i genitori, che dai loro figli pretendono troppo, urlano e spesso litigano tra sé seduti in tribuna. I bimbi devono divertirsi, perché se le qualità ci sono emergeranno. Stiano tranquilli. Invece, papà e mamme si aspettano troppo. La figura di riferimento era e resta una: l’allenatore». Detto questo: viaggiamo a ritroso, scoprendo com’era l’epoca d’oro scolpita da radio e telecronisti competenti e mai insistenti. Quarant’anni fa il nostro campionato era il più bello del mondo: dal 1966 al 1980 le frontiere rimasero chiuse a causa della brutta figura al Mondiale inglese, dove i padroni di casa trionfarono davanti alla regina Elisabetta seduta in tribuna a Wembley. Nell’estate del 1980 la federazione le aprì e arrivò subito il primo straniero.

«Avevamo i più forti, sebbene il loro numero fosse limitato. Di certo non mancava la qualità. Io li ho affrontati tutti: Diego Armando Maradona, Michel Platini e Ruud Gullit solo per ricordarne alcuni. Senza dubbio Maradona rimane il numero uno: subiva decine di falli, però era corretto, carismatico e trascinatore. Paulo Roberto Falcao, sì, mio compagno in giallorosso: non paragonabile dal punto di vista tecnico al numero dieci argentino, ma uomo squadra e regista a tutto campo, perfetto negli inserimenti da dietro. Non stava mai fermo, legava bene il gioco ed era un ragazzo semplice».

Nella Roma costruita dal presidente Dino Viola giocava anche un certo Bruno Conti, il “più brasiliano degli italiani”, come lo definì Pelè durante il Mondiale di Spagna del 1982 vinto dagli azzurri contro ogni pronostico. “Come no: uno dei più bravi, casinista ed estroverso, dalla tecnica sopraffina”. Giovannelli è campione d’Italia al termine della stagione 1982-83 e l’anno successivo passa al Pisa. Il 30 maggio 1984, invitato da Viola, torna all’Olimpico a seguire la finale di Coppa dei Campioni tra Roma e Liverpool.

«Vinsero gli inglesi ai rigori, ma la gara fu sempre equilibrata. Cosa ricordo? Lo stadio pieno, da brividi, il pubblico passionale e caldo, la presenza di tanti inglesi e l’esperienza dei loro giocatori in casacca rossa. Avevano forza mentale e già scritto capitoli di storia, aspetti che scavarono la differenza. Vinsero solo ai rigori. Per noi era invece la prima volta. Mi raccontarono che durante la settimana, nella capitale, alla radio e alla televisione non si era parlato d’altro: la pressione era enorme».

Da quei giorni è cambiato tutto e la Serie A, come i tornei degli altri paesi, soffre. Nessuno si sarebbe immaginato che la pandemia avrebbe chiuso i cancelli e stravolto i calendari, spostando gli appuntamenti internazionali e costringendo i presidenti a ripensare le campagne acquisti per evitare buchi enormi in bilancio.

“La Premier inglese – prosegue – è ricca e catalizza più investimenti perché il prodotto è venduto meglio. E’ globale. Per colmare il divario servono risorse economiche e acquisti mirati, ossia giocatori di prospettiva che non costino una follia”.

Per fortuna c’è la nazionale di Roberto Mancini, ricostruita quasi da zero e pronta per gli Europei. «Il commissario tecnico – afferma – ha lavorato con impegno, creando l’ambiente, lo spirito di squadra e sviluppando gli aspetti tecnici. Determinante, a giugno, sarà la condizione psicofisica con cui li affronterà».

Bene, torniamo all’inizio: il gol alla Lazio, una sassata di destro sotto alla traversa e l’abbraccio dei sostenitori in curva. «Avevo 19 anni e provai una gioia difficile da descrivere. Quella rete mi ha accompagnato fino ad oggi, perché ogni anno c’è sempre un giornale o una radio che mi chiama da Roma per ricordarla. E’ scolpita nella memoria e nel cuore dei tifosi e mi fa sempre piacere raccontarla».


Con Nils Liedholm in panchina, Paolo ha vissuto un cambiamento epocale, passando dal gioco a uomo alla zona. Il mister svedese fu il primo ad applicare l’equivalente del moderno 4-3-3 alla sua formazione. Fiutò il vento che soffiava dal nord Europa, dove un certo Johan Cruijff e l’Aiax avevano iniziato la rivoluzione, scrivendo di getto un’altra pagina del romanzo, dedicata al calcio totale.

Un’eresia basata sulla preparazione fisica, sul 3-4-3 in linea e sull’affermazione dell’eclettismo, il contrario del generico, che ha fatto scuola. Il Barone, come i giornalisti dell’epoca lo avevano soprannominato per i suoi modi garbati e gentili, lo aveva capito e scommise sul gruppo di ragazzi che conosceva a memoria. Tra questi c’era anche Paolo Giovannelli, centrocampista elegante e testimone di un’epoca irripetibile. —
<SC1038,169> RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La protesta

Milano, scontri al corteo sul carovita: tavoli e sedie contro la polizia. Ci sono feriti – Disordini anche a Torino e Bologna

di Redazione web