Toscana
«Il mio cuore diviso in due»
Non ha mai fallito un calcio di rigore E ha scoperto Lautaro Martinez
Luca Tronchetti
Lui sapeva come si battono i rigori. Tanto che in carriera non ne ha mai fallito uno: dieci tiri, dieci gol. Un record in serie A che resiste da 35 anni. Lui è Adelio Moro, 70 anni il prossimo 14 aprile, centrocampista dal piede magico. Ha giocato in tante squadre Moro, ma il suo cuore batte per due colori: il nero e l’azzurro, l’Atalanta e l’Inter. 60 partite e 16 gol con i bergamaschi, 61 presenze e 9 reti con la Beneamata. E stasera a San Siro non sa per chi tifare: «Se vince l’Inter mi dispiace per l’Atalanta, se vince l’Atalanta sono triste per l’Inter».
Bergamo gli ricorda l’infanzia, le origini contadine, l’oratorio con i preti a fare da arbitro e il babbo operaio alla Magneti Marelli che alzava alle 5 per sfamare la famiglia; Milano è la città del sogno di diventare calciatore, la possibilità di carpire giorno dopo giorno i segreti dei grandi campioni. Era destinato alla Juventus e invece finisce all’Atalanta: «Un osservatore piemontese mi portò a Torino per un provino. A guidare le giovanili c’era Lucido Sentimenti che aveva giocato in A negli anni Quaranta-Cinquanta. A fine allenamento mi disse di fermarmi e di iniziare le pratiche per iscrivermi in una scuola media di Torino». Ma in tribuna ad assistere al provino c’era una “spia” dell’Atalanta che segnalò il ragazzo di Mozzanica ai dirigenti orobici. «Non feci in tempo a tornai a casa che trovai a parlare con i miei genitori il ds nerazzurro Previtali. Mio padre non volle sentire ragioni. Il Piemonte era troppo lontano. A dodici anni firmai per l’Atalanta».
Giovanissimi, Allievi, De Martino e debutto in prima squadra contro la Samp non ancora diciottenne. «A consacrarmi fu la vittoria del torneo di Viareggio del 1969. Fui tra i protagonisti e tutti iniziarono a seguirmi».
E nel suo destino riappare la Juventus grazie agli stretti legami tra la famiglia Bortolotti, all’epoca proprietari del club orobico, e gli Agnelli. «Per me andò diversamente e lo zampino ce lo mise Giacinto Facchetti. L’avevo conosciuto quattro anni prima a Selvino dove lui andava in vacanza prima di partire per il ritiro con l’Inter a San Pellegrino Terme. Talmente professionale che era lì per il suo pre-ritiro personale: stretching, corse nei boschi, tennis». L’incontro diventa amicizia nel gennaio 1972 in occasione di Atalanta-Inter. «A S. Siro, alla prima di campionato, ci avevano rifilato due gol con Mazzola e Boninsegna. Il tecnico mi schierò mezzapunta e al ritorno mi marcava Facchetti. Lo feci ammattire e realizzai una rete che ricordo ancora: cross dalla sinistra, stop di petto, girata e al volo infilo l’angolo opposto al portiere. La sera a casa ricevo una telefonata: era Giacinto che si complimentava con me. «Perdere mi secca, ma lo accetto perché il gol lo hai fatto tu».
Sarà anche un caso, ma l’anno dopo Bortolotti cede all’Inter tre calciatori: Moro, Doldi e Magistrelli. «Nei tre anni all’Inter mi ero ritagliato il mio spazio e quando davo il cambio al “Baffo” qualcosa mi inventavo: un assist, un cross, una conclusione da fuori. Ho giocato e segnato anche in Coppa Uefa. Con Facchetti la cose erano diverse. Ogni mattina per andare ad Appiano Gentile passavo dalla sua casa di Cassano d’Adda per caricarlo e insieme andavamo alla Pinetina. Alto com’era gli ci voleva tutta la mattinata per entrare in quella scatoletta. Giacinto nel tragitto, circa 45 minuti, aveva l’abitudine di stendere le lunghe leve e di leggersi i giornali freschi di stampa. E in quell’auto biposto non era certo a suo agio. Dopo due mesi, finito l’allenamento, Facchetti mi fa: “Adesso andiamo a Milano”. Così mi porta da un suo amico che aveva un autosalone e mi dice di scegliere tra quattro o cinque modelli: tutte auto berlina, spaziose e comode. Ero preoccupatissimo avevo fatto le cambiali per acquistare l’Alfa e adesso dovevo cambiarla e prendere una macchina che costava almeno il triplo. «Non ti preoccupare Adelio», mi ripeteva in continuazione. Tanto che alla fine mi convinse a scegliere una Bmw ultimo modello». Da quel giorno ho sempre acquistato Bmw. La differenza di prezzo tra le due vetture? Io non l’ho mai pagata. Ci ha pensato Giacinto. Lui era fatto così».
Sino alla scorsa stagione Moro era tra gli osservatori dell’Inter. «De Vrij, Skriniar, Bastoni li ho visti e relazionati decine di volte prima che Pino Ausilio decidesse di prenderli. Ma, senza falsa modestia, mi ritengo tra gli artefici dell’ingaggio di Lautaro Martinez. L’ho seguito per tre anni,e alla fine il direttore è andato in Argentina per trattarne l’acquisto proprio nel giorno in cui fece tre reti in Coppa Libertadores». —
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