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I fatti del 1° marzo 1921 Ben 92 condanne e un calvario durato anni

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La questione dei fatti di Empoli del primo marzo del 1921, di cui abbiamo parlato diffusamente nell’edizione di ieri, emerse subito anche nel dibattito parlamentare.

Nella seduta della Camera dei deputati del 9 marzo, molti furono gli interventi di condanna. Interessante cogliere alcune apparenti contraddizioni, e vedere come ad esempio in quel dibattito il deputato Nicola Bombacci, già segretario del partito socialista e fra i fondatori del partito comunista d’Italia, accusi i fascisti di agire per primi utilizzando metodi violenti; lo stesso Bombacci che anni dopo ritroveremo fra i fondatori della Repubblica sociale italiana e fucilato dai partigiani a Dongo insieme ai più alti gerarchi che accompagnavano il Duce. E con loro, in piazzale Loreto.

Ma dall’analisi del dibattito parlamentare si riesce a contestualizzare la vicenda dei fatti di Empoli inserendola nel clima sociale e politico di quei mesi. L’intervento di risposta del Governo - il quinto presieduto da Giovanni Giolitti - rappresentato dal sottosegretario al ministero dell’Interno Camillo Corradini sottolineava l’azione repressiva dell’esercito e delle forze dell’ordine sulla popolazione empolese: «Basterebbe per tutti l'episodio di Empoli, per far considerare quasi come cambiata la psicologia della nostra gente. Gli orrori di questi episodi li conoscete. Di fronte ad essi, uno solo era il dovere del Governo: esercitare un dura repressione. Ed io credo di poter dire alla Camera che veramente l'atteggiamento delle pubbliche autorità e della forza pubblica non merita alcuna censura. L'autorità ha ristabilito rapidamente l'impero della legge e il rispetto a quelle garanzie della vita umana, essenziali a qualsiasi civile convivenza». Corradini, poco tempo dopo, ironia della sorte, sarà perseguitato dai fascisti. Dopo i fatti di Empoli furono arrestate oltre 500 persone, ma in seguito all’istruttoria del giudice Borrelli rimarranno solo 218 imputati sui quali si concentrerà la requisitoria del procuratore generale del 2 agosto 1922; tutti detenuti, tranne 12 latitanti e uno scarcerato.

L’8 maggio 1924 si aprì finalmente, davanti alla Corte d’assise di Firenze, il processo per i 132 imputati detenuti e 5 latitanti - “Omicidio plurimo con brutale malvagità ed altro”, il capo d’imputazione- che si concluse il 31 ottobre dello stesso anno, con la lettura della sentenza da parte del giudice Mario Bosio: 92 condanne e 40 assoluzioni. Abdon Maltagliati sarà condannato a 28 anni e due mesi di reclusione, Dino Caponi a 29 anni e 7 mesi, Ginevra Innocenti a 21 anni e 6 mesi, e così via. Giovanni Morelli e Adolfo Sandonnini, segretario e vicesegretario delle guardie rosse, vennero condannati in contumacia all’ergastolo e ripararono in Unione Sovietica. Finirono però entrambi nei gulag staliniani, e si salvò solo il Sandonnini. Il tratto caratterizzante della sentenza fu la negazione del delitto con movente politico. Ma furono applicati agli imputati indulto e amnistia previsti per reati politici da alcuni regi decreti del 1922-23. «Il clima politico creatosi in Italia dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti ebbe una ripercussione positiva sull’esito del processo», affermò nelle sue memorie Remo Scappini riferendosi al “processone” del 24. Fu così. Le amnistie che seguirono poi, in particolare quella del 1932, videro la liberazione di Maltagliati e molti altri. Da quel momento però, per centinaia di empolesi comincerà un calvario che per molti finirà solo con la Liberazione. Sorveglianza speciale, incarcerazioni continue, soprusi, violenze, perpetrate per anni a carico di coloro che erano anche solo sospettati di antifascismo. L’identità antifascista di Empoli si fonda dunque anche sulle vicende conseguenti ai fatti del 1921. —

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di Redazione web