Il Tirreno

Sport

L’ultima sfida di Floriano Pagliara: dimostrare al mondo che non era dopato

Alessandro Bientinesi
L’ultima sfida di Floriano Pagliara: dimostrare al mondo che non era dopato

Sette anni e mezzo fa la squalifica e la fine della carriera. Ma il pugile cecinese a dicembre potrebbe avere giustizia 

4 MINUTI DI LETTURA





«Il pugile Floriano Pagliara è risultato positivo ai controlli antidoping effettuati il 25 ottobre 2013 in occasione del campionato italiano dei superpiuma». Poco più di venti parole per distruggere una carriera. Forse una vita intera, passata in gran parte sul ring. Al comunicato del Coni che rileva in un campione di urina la presenza di un diuretico, seguirà una squalifica di 2 anni. Da quel comunicato del 12 novembre sono passati sette anni e mezzo.

Pagliara, cecinese, ex campione italiano e internazionale Ibf, ha praticamente chiuso lì la sua carriera. Iniziando però il match più difficile: dimostrare a ogni costo la sua innocenza. Urlata inizialmente, poi cercata in silenzio. Provando a far parlare i fatti e la scienza. Sette anni e mezzo lunghissimi, un calvario che a dicembre si chiuderà. In un percorso che per certi versi ricorda la sentenza del caso del marciatore Alex Schwazer con cui condivide, non a caso, un perito di grande spessore come Giuseppe Pieraccini.

La novità più importante però è che nel corso del processo penale l’analisi del Dna, rifiutata in sede sportiva, ha dato risultati significativi nell’ottica dell’atleta cecinese: in quel campione risultato positivo, oltre al suo, è stata accertata la presenza di un profilo genetico minoritario (cioè non completo) ma che attesta la presenza di materiale organico riferibile ad altro soggetto. Un’evidenza scientifica che potrebbe finalmente dare giustizia al pugile cecinese. «La consulenza della genetista forense Isabella Spinetti, già sentita durante il dibattimento – spiega Fabrizio Spagnoli, il legale del pugile cecinese – ha accertato la presenza, nell’urina prelevata la sera dell’incontro per il controllo antidoping e collocata nel campione A, quello che poi è risultato positivo diuretico, oltre al profilo genetico del mio assistito, di quello minoritario (9 coppie di alleli su un totale di 17, ndr) riferibile ad altro individuo maschio, certamente non identificabile con quello di Floriano Pagliara. La presenza di materiale genetico di un altro soggetto non identificato, insieme a una consulenza di parte di Giuseppe Pieraccini, supporta la tesi difensiva che la procedura di prelievo del campione per effettuare il test antidoping, quella sera, non fu corretta. A dicembre deciderà il Tribunale, in tutta serenità, se questi siano elementi idonei per una sentenza di assoluzione, come noi speriamo».

Il campione originario era di 100 millilitri e l’analisi della dottoressa Spinetti è avvenuta soltanto su 20 millilitri di urina. Si presume, dunque, che il Dna estraneo potesse essere addirittura attestato in misura superiore a quello trovato nella sua consulenza se l’analisi genetica avesse interessato l’intero campione. A differenza del recente caso Schwazer, però, difficilmente sarà possibile per Pagliara dimostrare la manomissione del campione. A spiegarlo è Pieraccini, direttore tecnico del centro di servizi di spettrometria di massa del dipartimento di scienze della salute dell’università di Firenze. «La presenza di materiale genetico che non ha niente a che fare con Pagliara indica con certezza che il campione non è così integro come lo si è più volte voluto far passare – spiega Pieraccini – Dimostrare una contaminazione, a differenza di quanto accaduto per il caso Schwazer, non sarà possibile. Ma quel campione di urina sicuramente non è adeguato alle analisi svolte».

Oltre alle evidenze scientifiche il team che difende Pagliara ha altri elementi utili alla sua assoluzione. Durante il processo sportivo infatti il medico che effettuò il test antidoping affermò che il pugile eseguì la minzione in una sola soluzione. Mentre nel dibattimento penale ha affermato che le minzioni furono due. Una tesi avvalorata anche da molti testimoni presenti negli spogliatoi, forse fin troppo affollati, quella sera dell’ottobre 2013. Perché questa differenza? Una cosa è certa, Pagliara ha perso i suoi migliori anni di carriera. Pochi mesi prima del caso doping aveva vinto il titolo italiano superpiuma. Mai nessuno nella storia sportiva di Cecina aveva raggiunto il tricolore. Per sentirsi davvero padrone di quella cintura, però, un pugile deve anche difenderla. E Pagliara, quella sera di ottobre, decise di sfidare Angelo Ardito, un pugile fiorentino, proprio davanti al pubblico di casa. Vinse e, alla soglia dei 36 anni, per lui si aprirono nuove possibilità. Pagliara infatti si era trasferito negli Usa nel 2008, pochi mesi dopo aver subito un pesante ko. Si è rialzato, lavorando e sudando ogni giorno nella Grande Mela. Senza mai cercare scorciatoie. E dopo aver combattuto a Città del Messico, Las Vegas e New York, oltre ad aver vinto un titolo internazionale Ibf, era pronto per continuare la sua carriera in America a un livello superiore. Non sapeva però che quel 25 ottobre 2013 avrebbe segnato solo la fine della sua carriera. Macchiata dall’infamia del doping, il più brutto ko della sua vita.

«Qualcuno ha preso la mia vita e l’ha gettata via, da quel momento la mia carriera è finita ma ho deciso di dimostrare la verità, di continuare a combattere come ho sempre fatto – ci dice Pagliara, che oggi vive a New York – Questo match sta durando da quasi 8 anni e si concluderà a dicembre. Ho ancora fiducia nella giustizia e spero che, con questi elementi, si possa finalmente fare luce su quanto accaduto». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web