Toscana
Tu vuoi fa’ l’americano: la partita perfetta di Gallinari
38 punti e dieci triple, “Gallo” orgoglio italiano: meglio di lui solo Thompson e Curry
Nessuno sport come il basket ha il destino nei numeri. Che sono sostanza, certo, ma anche cabala. Prendete Danilo Gallinari: è nato l’8/8/1988, veste la maglia numero otto. Gli Atlanta Hawks sono l’ottava squadra della sua carriera. Ah, è alto 2,08. I numeri sotto canestro sono importanti. Nell’olimpo della Nba, poi, rappresentano la linea di demarcazione tra un giocatore normale, un campione e un fuoriclasse. Il Gallo, nel club dei campioni, ci sta seduto comodamente da tempo.
IL CLUB DEI DIECIMILA
Perché è l’unico giocatore italiano ad aver oltrepassato le colonne d’Ercole dei diecimila punti (mica tantissimi lo hanno fatto) e nei suoi dodici anni nel paradiso della palla a spicchi viaggia a oltre 16 punti di media a partita. Dato non banale, specie se la tua conformazione fisica ti porta a essere troppo leggero per le battaglie sotto i tabelloni e troppo pesante per giocare da guardia. Danilo è nella terra di mezzo, ruolo ibrido e difficile, dove devi fare di necessità virtù, reinventarti in ogni partita, lavorare sul tiro da fuori come sui movimenti spalle a canestro.
L’INTELLIGENZA
Gallo è essenzialmente un giocatore di intelligenza superiore alla media. Conosce il gioco molto più di tanti colleghi palestrati, strapotenti, dalle gambe di caucciù e dai muscoli guizzanti. È nel club dei Doncic, dei Nowitzski: gente dall’atletismo relativo ma dai fondamentali forgiati in Europa, vera culla tecnica della pallacanestro. Quelli che con un singolo movimento, uno step back, un palleggio riescono a dare la paga ai superuomini plasmati dai playground delle metropoli a stelle e strisce.
FINALMENTE DANILO
Già, sapevamo che il Gallo (e Belinelli) erano due dal q.i. cestistico oltre la media. Ma ogni mattina, scorrendo i report e i tabellini della Nba, ci stupivamo davanti alle triple doppie di Doncic e ai 50 punti di Jokic: uno sloveno e un serbo che dettavano legge nelle terre di LeBron e di Curry. Perché i nostri no, pensavamo? Perché accontentarsi dello spot di sesto uomo, di cambio ideale, di comprimario? E qui torniamo al concetto iniziale: la pallacanestro, come nessun altro sport, è fatta di numeri. E così, davanti al tabellino del Gallo in Atlanta-Boston, abbiamo fatto pace con noi stessi. Gallinari, tanto per restare sulla cabala, ha segnato 38 punti nella vittoria degli Hawks contro i Boston Celtics la franchigia nobile dell’Est, quella che ha mangiato per anni il caviale tecnico servito da Larry Bird. L’azzurro non segnava così tanto da sei anni, esattamente dall’aprile del 2015 quando mise 47 punti con la maglia dei Denver Nuggets. Una di quelle serate, dicono i cestofili, nelle quali il canestro ti sembra largo come una vasca da bagno. 24 punti nel solo primo tempo cominciando con un 7/7 da tre punti: alla fine sarà 10/12 dalla lunga distanza e 13/16 dal campo.
IL GOTHA DELLE TRIPLE
Quanto conta il tiro da tre punti, fondamentale che un tempo era riserva di caccia di jugoslavi e russi Gli americani quasi lo disdegnavano, perché il loro concetto di basket è verticale, è l’attacco al ferro di Erving e Jordan, è l’atletismo spinto al limite. Negli ultimi dieci anni il mondo si è rovesciato: nella Nba si tira molto (troppo?) da tre punti. Ma metterne dieci in una sola partita beh, è roba per pochissimi. Un club esclusivo la cui tessera la possiedono soltanto Klay Thompson, Steph Curry, Kyrie Irving: ovvero, il massimo che c’è. Dall’altra notte in questo esclusivo gotha siede anche Danilo Gallinari.
DA LODI AL PARADISO
Da Graffignana, paesino adagiato nella bassa lodigiana, al paradiso della pallacanestro ne ha fatta di strada il figlio di Vittorione Gallinari, fabbro specializzato di un basket in bianco e nero. Il papà ha vinto tutto con Milano insieme a D’Antoni, Meneghin e Mc Adoo, ha giocato anche alla Virtus Bologna. Tecnicamente era l’opposto del figlio, e molto più scarso. Prendeva rimbalzi, piazzava blocchi, spendeva i falli giusti al momento giusto. Si adattava, si alzava dalla panchina e ben presto si sedeva di nuovo. Vittorio ha visto in quell’altissimo ed esilissimo figlio, che imparava a giocare a Milano, quello che lui non aveva saputo o potuto essere. Lo ha fatto crescere all’ombra dell’Olimpia, poi lo ha fatto volare via, lontano dal nido. Prima a New York, poi a Denver, quindi a Los Angeles con i Clippers, a Oklahoma City e infine, quando si è trovato free agent, ad Atlanta.
IL SEGNO DI MIKE
Mike D’Antoni ha allenato il Gallo e continua a seguirlo, con occhio paterno: lui ha giocato con il padre, era Vittorio Gallinari che piazzava il bloccone sul quale passava Mike per sganciare i suoi missili dalla distanza. Lui usava il Gallo senior come scudo umano per le sue giocate, lui sarà stato il più felice dei 38 punti e delle dieci triple. Ah, sapete con che numero giocava D’Antoni? Con l’8, naturalmente. —
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