Quando Mariani era re d’Inghilterra e l’Italia uscì imbattuta da Wembley
L’attaccante montecatinese scomparso il 20 febbraio 2007 firmò il gol del 2-2
roberto grazzini
Flaiano sosteneva che i giorni indimenticabili nella vita d’un essere umano sono cinque o sei e gli altri fanno solo volume. Di certo quanto accadde in quell’epico pomeriggio del 1959 a Londra, nel tempio del calcio britannico, ha consegnato il personaggio del nostro racconto alla leggenda.
Riavvolgendo il nastro, esattamente 14 anni fa, il 20 febbraio 2007, il montecatinese Amos Mariani, classe 1931, passava a miglior vita. Bagnaiolo doc, come i talenti termali di allora, prima Remo Galli e poi Orlando Biagi, Alvaro Biagini e Carletto Galli, detto “Testina d’oro”, suo coetaneo prossimo alle 90 primavere, eredi del difficile dopoguerra, cresce calcisticamente sul campo spelacchiato di via Leonardo da Vinci. Fondamentali eccelsi, scatti, finte di corpo i pezzi forti del repertorio. Dai dribbling fra le verghe del treno all’approdo all’Empoli il passo è breve. Gioca 23 partite in B a 17 anni. Poche invece le presenze nella Juventus che la stagione seguente (1949-50) vince lo scudetto. Matura e diventa titolare fisso con Atalanta e Udinese. Poi il boom. Tre stagioni alla Fiorentina e tre al Milan, con cui si laurea campione d’Italia nel 1957 e conquista la Coppa Latina, insieme al concittadino Carlo Galli. Prima di appendere le scarpe al chiodo trova gloria nella Lazio, alzando la Coppa Italia, nel Napoli e nel Padova.
Una lunga e onorata carriera, impreziosita dall’aver indossato quattro volte la maglia azzurra, compreso in quel memorabile 6 maggio del 1959. Per la prima volta l’Italia, sempre sconfitta ogni qual volta aveva attraversato la Manica nel mezzo secolo precedente, ha il privilegio di affrontare la nazionale dei tre leoni, a Wembley. Mister Ferrari, punta su una formazione operaia, coprendosi dietro col collaudato trio viola Robotti, Castelletti e capitan Segato. Per la serie corsi e ricorsi, davanti con Carletto Galli ecco, il tandem del Padova dei miracoli, Brighenti- Mariani. All’entrata in campo, sono in 90mila sugli spalti. Inghilterra-Italia non è mai un’amichevole. Figuriamoci in quel periodo. Tanti italiani emigrati hanno la divisa da cameriere e da facchino e i lucciconi agli occhi. Anche per loro non è un’amichevole. Si comincia male perché La Banda Reale invece dell’inno di Mameli, suona la marcia dei Savoia. Giochiamo alla pari dei “maestri” che tuttavia passano due volte con Bradley e col giovane (sir) Bobby Charlton. Cosa successe nell’italico spogliatoio al riposo è avvolto nel mistero. Fatto sta che Brighenti a inizio ripresa accorcia le distanze con un pallonetto perfetto. L’Italia ci crede. Segato appoggia a Galli che, senza guardare, serve in profondità Mariani, gesto fatto mille volte da ragazzi, al campo di via Leonardo da Vinci. L’ala destra si accentra e scarica la sfera fra il palo e l’esterrefatto Hopkinson: 2-2 e palla al centro.
Il risultato con cambierà più. Stavolta non abbiamo perso. Gianni Brera, inviato per Il Giorno, scriverà «Che anima! Ah, buon Dio, avrei dato una mano per il terzo gol!». L’accoglienza in patria fu quella riservata agli eroi. Mariani venne portato in trionfo dai tifosi dalla stazione allo stadio di Padova. Dal 2016 su iniziativa del Tirreno, il campo sussidiario dello stadio di Montecatini porta il suo nome. Il resto, come sosteneva Ennio Flaiano, fa volume. —
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