Sicurezza
«Io, figurina introvabile tra Sivori e paron Rocco»
Fui tolto dall’album senza una ragione. Ero come Insigne, mi voleva il Milan
Il Gronchi rosa delle figurine Panini oggi è un signore di 75 anni senza un filo di grasso icona del calcio bresciano, secondo calciatore di ogni epoca con 401 presenze con laa maglia delle rondinelle, che sino a qualche anno fa si divertiva ancora ad insegnare ai ragazzini del vivaio quella tecnica di base che oggi ha lasciato il posto a muscoli e fisicità. Gente come Hamsik, El Kaddouri, Rispoli deve ringraziare Egidio Salvi se ha iniziato a dare del tu al pallone, a stoppare la sfera e a pennellare cross dal fondo. A Salvi, classe 1945, ex ala destra tutto estro, finte e dribbling, l’etichetta di figurina rara va un po’ stretta. «Diciamo che mi pare riduttivo ricordarsi di me solo per la storia di quell’immagine che non ha trovato posto sull’album Panini 1965-66. In fondo da quella volta per 14 anni consecutivi gli appassionati e i collezionisti hanno potuto appiciccarmi nel raccoglitore sia in versione singola che in tandem con altri compagni. Alla fine sarò venuto pure sulle scatole. Che tipo di giocatore ero? Tradotto ai giorni nostri una via di mezzo tra la potenza e la gamba di Boga e il guizzo e la velocità nel breve di Insigne».
Il Topo, soprannome affibbiatogli dei tifosi bresciani per quella rapidità e quello scatto fulminante in un fisico di 165 centimetri per 67 chili, ci racconta cosa accadde 55 anni fa e che è rimasto nella storia delle figurine. «Sono cresciuto con i preti dell’oratorio S. Antonio e a dodici anni sono entrato nel settore giovanile del Brescia debuttando in prima squadra diciottenne grazie all’allenatore Renato Gei, per me un padre calcistico. Nella stagione 1964-65, la Panini inserì nell’album le pagine dedicate alla B. Ma tra gli undici giocatori non c’era la mia immagine. Vincemmo il campionato e non ancora ventenne mi accingevo a disputare il mio primo campionato di serie A. I ragazzi di oggi non possono capire l’importanza che aveva in quegli anni finire sull’album Panini. Per la mia generazione era una sorta di consacrazione. Vedere la tua figurina in mano a tanti ragazzi stava a significare che avevi svoltato, ce l’avevi fatta, eri diventato un calciatore vero».
FIGURINA “SCOMPARSA”
E lì si riallaccia la storia del “Gronchi rosa”. «Ricordo che un fotografo della Panini venne allo stadio e scattò delle foto a mezzo busto con maglia dell’epoca: quella con la V bianca. Passano alcuni mesi ed esce l’album, ma nel contenitore non c’è lo spazio riservato alla mia foto. Anzi, il mio nome è inserito a piede pagina con la dicitura “altri giocatori”. Confesso: lì per lì ci rimasi male. Eppure, aprendo le bustine, collezionisti e tifosi trovano la mia figurina. Un mistero che non sono mai riuscito a chiarire. Dalla Panini nessuno mi chiamò e la società su questa storia non mi disse mai nulla. Posso ipotizzare che all’ultimo tuffo abbiano deciso di inserire un calciatore più famoso come Pedro “Piedone” Manfredini che era arrivato a Brescia a fine novembre e si siano poi dimenticati di togliere dalla produzione la mia figurina. Di certo c’è una cosa: quella figurina io non ce l’ho. Un giornalista qualche tempo fa mi ha chiamato per dirmi che era stata ritrovata in soffitta da un appassionato che vive in Piemonte. Mi piacerebbe contattarlo per poter rivedere quella figurina dimenticata».
IO E SIVORI
18 stagioni da professionista con una sola parentesi lontana da Brescia: «Nella stagione 1968-69 andai in prestito al Napoli in cambio di Bosdaves. C’erano grandi campioni come Zoff, Altafini, Guarneri, Juliano, Sala, Bianchi e soprattutto Omar Sivori, il giocatore più forte di ogni epoca assieme a Maradona. Con la palla era un vero fenomeno, ma non sopportava la marcatura stretta e quando sentiva il fiato sul collo degli avversari gli si chiudeva la vena ed era capace di prendere a cazzotti pure l’arbitro. Non andai male, ma a fine stagione ritornai alla base».
IO E ROCCO
Alla fine degli anni Sessanta il Milan di Rocco s’interessò a lui: «Da sempre sono tifoso rossonero. Segnai un gol a San Siro, il più importante della mia carriera, e il Paron andò su tutte le furie. Se è per questo anche Helenio Herrera all’Inter mi aveva richiesto. Quando giocavo contro il grande Facchetti, un vero signore e l’unico terzino che si spingeva costantemente in avanti costringendo noi ali pure a difendere, lo facevo impazzire con i miei scatti e il mister si era fatto vivo con i dirigenti. Ma alla fine dell’estate puntualmente restavo a Brescia.»
IO E SIMONI
Finita la carriera di calciatore sino al 2013 ha proseguito, sempre nel Brescia, a fare l’allenatore del settore giovanile quasi sempre il vice del tecnico della Primavera. «Ho avuto tanti tecnici, ma il migliore in assoluto resta Gigi Simoni. Personalità, carisma, educazione, rispetto, competenza. Come Ottavio Bianchi, anche lui avrebbe meritato di vincere lo scudetto. Ma a differenza del Napoli di Maradona, l’Inter di Ronaldo trovò sulla sua strada la Juventus e contro di loro è sempre stato tutto tremendamente complicato. Gigi per me resta un fratello: l’ho avuto prima come compagno di squadra e a fine carriera come allenatore quando nel 1980 abbiamo vinto il campionato di serie B. Che squadra quella! Giovani forti come Malgioglio, Podavini, De Biase, Mutti e poi quel simpatico matto di Zigoni che per stemperare il clima prima delle partite raccontava le barzellette e alla chiama dell’arbitro si nascondeva nella vasca dello spogliatoio».
IL VERO CALCIO
«Quello era il vero calcio, mica adesso dove si gioca tutti i giorni, i muscoli dei giocatori sono tirati al massimo e saltano di continuo ginocchia e legamenti. C’è troppa esasperazione, troppa fisicità, troppo atletismo a discapito della tecnica. La preparazione viene fatta al computer, con i gps e i droni e questi calciatori mi sembrano tutti uguali come fossero robot. Con questa storia delle partite giocate tutti i giorni in televisione in famiglia non ci si parla più e sono aumentate le separazioni. Chi sono oggi i tecnici emergenti? Dico due nomi: Italiano dello Spezia e De Zerbi del Sassuolo. Hanno tutto per arrivare ai grandi club. Per il futuro segnatevi questo nome: Ivan Javorcic. Ha poco più di 40, allena la Pro Patria». —
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