Attenzione
I numeri dicono che la Juve non è da scudetto
Il commento. Dopo ventidue giornate i bianconeri di Pirlo ha 12 punti in meno di quella di Sarri
Dopo la sconfitta col Napoli è ripartito il tormentone che ci tormenta (appunto) dall’inizio della stagione: dopo nove anni la Juve non vincerà lo scudetto. Per non continuare a tormentarci, una volta tanto, metto il problema in mano ai numeri, gli unici in grado di regalare certezze. Ebbene, dopo ventidue giornate la Juve di Pirlo ha 12 punti in meno di quella di Sarri. Punti che salgono a 18 se la confrontiamo con quella di Allegri di due anni fa. C’è una partita da recuperare, questo è un campionato ancora senza un padrone, tutto vero. Ma i numeri sono impietosi. Brutalizzo: se pareggi col Crotone e il Benevento, perdi con la Fiorentina, non puoi vincere lo scudetto. La mia non è una sentenza, ma la constatazione di un percorso poco lineare, tra discese ardite e le risalite (copyright Battisti), tipico di una squadra in costruzione che fatica a trovare continuità e una personalità definita. Come il suo giovane allenatore, studente di panchinologia, che passa dal predicare il calcio fluido al santificare il calcio solido.
“Non si nasce imparati”, diceva il saggio e il rodaggio è evidente anche nella formazione schierata a Napoli con un occhio al campionato e il pensiero alla Champions di mercoledì prossimo. In questo momento, nel calcio solido, McKennie e Kulusewski sono imprescindibili, eppure sono finiti in panchina. Le difficoltà e il timore che la stagione possa chiudersi senza titoli, oltre ai numeri, lo raccontano anche il nervosismo dei dirigenti e le parole di Pirlo. Dopo la sceneggiata in coppa Italia, Conte almeno s’è scusato. Agnelli e i bianconeri no. E come se non bastasse, i cori di Nedved e Paratici contro gli arbitri si sono sentiti anche al Maradona. Vogliamo poi parlare di Pirlo che contesta un rigore-rigore? Per la stima che ho del giocatore e dell’uomo, voglio derubricare il tutto a incidente di percorso.
Incidente di percorso che ha coinvolto anche il Milan disintegrato dallo Spezia. Per i rossoneri il domandone è quasi un pugno nello stomaco: è l’inizio della fine del sogno scudetto? Qui ripartirei dallo Spezia. Mi piacerebbe che con colpevole ritardo anche soloni e sofisti iniziassero a studiare la squadra di Italiano. Se cercate un laboratorio calcistico oggi lo trovate alla Spezia, sul golfo dei Poeti. E questo calcio qualcosa di poetico racchiude, visto che con pochi soldi e senza campioni una piccola società ha costruito un progetto calcistico, ha scelto l’allenatore e lo ha accompagnato nella ricerca di un calcio moderno, aggressivo, fatto di tanto movimento, triangolazioni di prima, palla a terra, velocità e coraggio. Lo Spezia è una squadra che vuole giocare a calcio, ha fame e voglia di stupire. Il Milan? Per ora mi piace pensare che sia stato affascinato e confuso dallo spettacolo offerto dagli Aquilotti, è sceso male in campo e non è stato capace di rientrare in partita. Squadra mentalmente scarica, fisicamente a pezzi con Ibra che forse stava già pensando al Derby. Ah già, riecco Lukaku… —
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