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Ibra-Lukaku, e dal saloon esce Eriksen

Giorgio Billeri
Ibra-Lukaku, e dal saloon esce Eriksen

Che lite in campo: «Non mi ridere in faccia». «Dici solo str...» Il danese disegna la punizione perfetta, Inter in semifinale

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Giorgio Billeri

Se nel saloon, pardon a San Siro, ci fossero stati anche gli avventori, avrebbero avuto qualcosa di cui parlare per settimane, al bar. Tutto e il suo contrario: la rissa tra i due leader, Ibra e Lukaku, le emozioni di una partita comunque godibile, persino l’arbitro Valeri che si fa male a 15’ dalla fine e deve lasciare il posto (cercasi precedenti) al quarto uomo Chiffi. E la fiaba finale, quella di Eriksen che al 97’ disegna la punizione perfetta che manda l’Inter in semifinale, mentre il Milan deve ancora ingoiare curaro. Insomma signori, è Inter-Milan. Espressioni antitetiche di una città, gente che al di là dei sorrisi di facciata non è mai amata. Proprio come Ibra e Lukaku: la loro rissa verbale, il loro testa contro testa ha animato il saloon, e si sapeva già che solo uno sarebbe uscito in piedi, con la pistola fumante. Ibra che segna e poi si fa cacciare, Romelu che perde la pazienza (non succede mai) e grida al rivale «non mi ridere in faccia», mentre l’altro con un sorrisino strafottente ribatte «dici solo stronzate». Una scossa negativa sulla partita, qualcosa forse succede anche nel sottopassaggio, di certo è dai tempi di Manchester che tra i due non corrono amorosi sensi: Ibra diceva al giovane Romelu «ogni stop che indovini pago 50 sterline». Figuriamoci se il belga lo dimenticava...

Peccato, perchè il saloon non onora la bellezza tattica della contesa. Un complesso affresco, plasmato da tanti pennelli, frutto di diverse intelligenze: questo è il Milan. Un taglio di Fontana, netto, improvviso, spiazzante: questa è l’inter. Difficile trovare modi di concepire il calcio così diversi. La bellezza può avere diverse sfaccettature. Il Milan non palleggia, aggira, si insinua nello spazio, ti blandisce, cerca traiettorie barocche, e per questo ruba di più l’occhio. La qualità dei tre rifinitori, larghi e poi stretti, guidati dal totem con il numero 11 che tutto vede e orienta, porta subito pericoli, nonostante la robusta cerniera centrale di Conte. Che si affida ai suoi lampi e al suo credo: da un esterno all’altro, e palla dentro per quel bronzo di Riace col numero 9. Scacchiera tattica prevista e prevedibile, non per questo meno affascinante. Ma il calcio, come ogni forma d’arte, sa essere imprevedibile: dopo 18’ si ferma Kjaer, colosso d’argilla, e inizia il romanzo rossonero di Tomori, bel progetto di stopper arrivato dal Chelsea. Il ragazzino si trova subito faccia al vento, perchè Lukaku inizia il suo gioco prepotente, fatto di ricezioni e protezione della palla: il belga tuona due volte in pochi secondi, e Pioli trema.

Già. Ma se un pistolero se ne sta rintanato nel saloon, devi sempre aspettarti qualcosa. Accade al 32’: Ibra pulisce un pallone vagante al limite dell’area, lo addomestica e il destro che ne consegue è un mirabile esempio di precisione e di capacità cinetica: vede Handanovic un po’ sbilanciato sulla sua sinistra e lo punisce incrociando dalla parte opposta. La pennellata che rende l’affresco memorabile. Dopo l’impatto emotivo del faccia a faccia tra Lukaku e Ibra, la storia cambia: dentro Hakimi, e l’Inter mette le ali. E al 14’ Ibra, leader nel bene e nel male, si fa cacciare per doppia ammonizione. Pioli va di 4-4-1 con Leao unica punta. La resistenza sulle mura del castello dura poco, il tempo per Leao di agganciare Barella in area: il livornese Banti, dalla sala Var, segnala il fattaccio. Rigore che Lukaku sbatte sotto la traversa. Assedio: Tatarisanu vive la serata perfetta e prende davvero tutto. Poi arriva il danesino triste: punizione da galleria d’arte, a proposito. Gol, redenzione, sipario. —

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