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Povera Toscana, senza Serie A dopo 40 anni: «Addio ai mecenati, ora servono i consorzi»

Elisa Pacini
Abdul Jeelani, stella di Livorno anni 80, qui contro la Scavolini. Claudio Crippa, Andrea Forti, Andrea Luchi, Luca Bechi
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Abdul Jeelani, stella di Livorno anni 80, qui contro la Scavolini. Claudio Crippa, Andrea Forti, Andrea Luchi, Luca Bechi

Crippa, Forti, Bechi e Luchi a caccia di ricette: «Più coraggio con i giovani, e i campionati cambiano troppo formule»

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C'era una volta la Toscana del basket. C'era una volta e non c'è più, visto che l'anno appena chiuso, l'orribile 2020 col mondo in ostaggio di una pandemia mondiale, è stato ostile allo sport e sicuramente nero per la pallacanestro toscana. Che, anche a causa dell'incertezza economica, altro effetto del Coronavirus, ha perso l'ultimo baluardo in serie A1 quando a giugno il Pistoia Basket ha scelto l'autoretrocessione nella meno onerosa A2 per sanare i conti in rosso. Cancellando dopo 39 anni (l'ultima volta era successo nell' 81/ '82) la Toscana dall'Olimpio della pallacanestro italiana e inasprendo la crisi che sotto la retina sembra inarrestabile. Toccato il fondo si può risalire? Lo abbiamo chiesto a nomi che hanno reso grande la Toscana dei canestri. Dalla difficoltà di andare oltre all'età dell'oro dei mecenati e dei campanili, alla depressione dei palazzetti chiusi nell'era Covid, i problemi sono tanti. Ma, tutti concordano, nel modello alternativo per un cambio di passo. Consorzi, alleanze e soprattutto pazienza di investire sui giovani. Solo così la Toscana del basket, ancorata alla ninna nanna dei favolosi anni '90, può sperare di “tornare a riveder le stelle”.

CLAUDIO CRIPPA. «Ai nostri tempi c'erano sei squadre tra A1 e A2- dice Claudio Crippa, lombardo di nascita, toscano d'adozione, simbolo dell'ascesa dell'allora Olimpia Pistoia in A1 e poi dirigente a Livorno, oggi scout internazionale- la situazione di oggi è un peccato, perchè la Toscana è sempre stata vivace. Siena e Livorno hanno trainato il movimento, portandosi dietro il binomio Pistoia- Montecatini mentre a Firenze, città di calcio, il basket ha sempre faticato. Quando le due capofila hanno avuto problemi, la mancanza del traino si è sentita. Pistoia ha resistito in maniera eccellente e giustamente ha deciso di fare un passo indietro ma non è sparita. Le altre stanno decisamente peggio. Forse siamo stati poco preveggenti, non abbiamo costruito il futuro coltivando settori giovanili e puntando su impianti nuovi come hanno fatto altri”. Icona pistoiese di quella favola nella favola che è stato il derby con la Montecatini di Mario Boni, negli anni in cui ai campetti ci si allenava per essere come loro, per la ripartenza indica una strada precisa. “In Toscana vige la cultura dell'io contro tutti- continua- fino ad un certo punto è anche andata bene. Ora no. Il futuro sono i consorzi: la pallacanestro è un gioco di squadra, insegna che da soli non si vince. Politica, economia, sociale: si deve ripartire dal senso di appartenenza di chi è orgoglioso di far parte di una comunità che esprime i suoi valori positivi anche tramite una squadra».

ANDREA FORTI. «Ad una generale difficoltà di reperire sponsor- dice l'ex simbolo della mitica Libertas Livorno, castigatore di retine anche a Pistoia, da anni tra i più importanti procuratori italiani- forse in Toscana è mancata la capacità di vedere oltre. Si è visto solo il risultato sportivo immediato e questo ti fa spendere soldi, addirittura soldi che non hai. Finita l'epoca di persone che investivano e tenevano alla pallacanestro, è mancata la forza per provare a puntare sui consorzi non per vincere subito ma per aver risultati a lunga distanza. A Pistoia va fatto un "tanto di cappello" per la sua scelta: ha dimostrato di avere a cuore le sorti del basket, facendo un passaggio doloroso che forse doveva fare qualche anno fa». Il problema, dice Forti, non sono solo i soldi. «Sono anche le idee- continua- è mancato il coraggio di dire la verità, di puntare su giocatori meno costosi e tirarli su. La pallacanestro piace ancora molto, frutta meno di quello che potrebbe ma c'è bisogno di un marketing tutto diverso».

ANDREA LUCHI. «La crisi toscana affonda le radici nel tempo- dice l'ex giemme della Montecatini d'oro era Sporting Club, Virtus Bologna e Pesaro – quando avevamo sei squadre tra A1 e A2, campionato con giocatori da finale scudetto attuale, l'Italia era il miglior campionato d'Europa. Ora forse non è nemmeno nei primi 5, anche la Toscana ne risente. In più il nostro basket ha fatto più fatica a passare dal mecenate ad un altro modello. Pistoia è stata l'unica ad aver puntato su un consorzio, sola chances per il futuro, non a caso è l'unica che resiste ad alto livello. C'è da ricostruire entusiasmo, coinvolgimento territoriale come fa per esempio, nel calcio, l'Empoli col suo vivaio che la fa stare stabilmente tra A e B. Il settore giovanile aiuta ad entrare nel territorio, chi non aiuterebbe una società che fa star bene i giovani? Ma oggi nel basket è dura appassionarsi, i campionati cambiano ogni anno nome e formula, le squadre girano giocatori in continuazione. Se un ragazzo gioca nel vivaio, deve poter sognare di giocare un giorno in serie A1. Oggi lo sbocco non c'è».

LUCA BECHI. «La passione in Toscana c'è, i progetti sono legati ai soldi e il problema è la continuità di impostare e portare avanti piani strutturati a lungo termine» dice Bechi, portavoce del nutrito partito di coach plasmati dalla scuola cestistica livornese. «Le idee ci sarebbero oltre a Pistoia, ci sono i bei progetti di Empoli, Cecina, Piombino con i giovani, le ambizioni della stessa Libertas Livorno e Chiusi. Ma tutto si fa con fatica, ci sono sempre lotte per i palazzetti, le concessioni. Da una parte vanno incentivati gli sponsor che ci sono, dall'altro allettarli con progetti che puntano su socialità e giovani. Non è più il momento di giocatori pagati decine di migliaia di dollari, serve la pazienza di investire sui giovani».

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