Italia
Ferrari, sprofondo rosso. L’ingegner Forghieri: «Ma il Cavallino può tornare a galoppare»
Cala il sipario su un 2020 particolarmente complicato per la Rossa
Per Mauro Forghieri parlano i numeri e non potrebbe essere diversamente per un ingegnere meccanico. Undici campionati mondiali vinti (7 Costruttori e 4 Piloti), 25 anni passati alla Ferrari, oltre 30 nel mondo delle corse. E poi, sempre restando in tema numeri, c’è quel 312. E quando dici 312 e pensi alla Ferrari, la mente non può che andare ad una monoposto. Magari al modello 312 T capace, nel ’75, di riportare la Rossa sul tetto del mondo con Niki Lauda. Di cancellare, definitivamente, un digiuno che durava da qualche anno e che era culminato in un 1973 decisamente negativo. «Negativo? - ci chiede Forghieri - usiamo un’altra parola che forse è più azzeccata: bruttissimo». Quello, non si nasconde certo l’ingegnere modenese, è stato probabilmente il campionato peggiore nella storia del Cavallino. Un’annata che, per certi versi, ricorda proprio questo 2020 concluso senza vittorie e lontano dalle monoposto che lottano per qualcosa. Serve dunque una ricetta per ripartire. E Mauro Forghieri, evidentemente, questa ricetta la conosce. Per lui parla la storia, parla quel 1975 stradominato da Niki Lauda e Clay Regazzoni.
Ingegnere, la domanda è semplice e allo stesso tempo complicata. Come può risorgere la Ferrari dopo un Mondiale decisamente sottotono?
«Noi ferraristi, perché io resto profondamente ferrarista, vorremmo sempre vincere. Per poi non essere contenti quando si vince. C’è poco da fare, siamo fatti così. Credo che per risorgere alla Ferrari basti davvero poco, soprattutto in certi circuiti del Mondiale. Lo dico senza paura di essere smentito. Lo dico perché conosco benissimo quali sono le potenzialità del Cavallino. Lo spero, ma allo stesso tempo capisco che ci vorrà pazienza. Mi chiedevate della ricetta: gente in gamba, ragazzi bravi, tutti pronti a dare un contributo. La squadra. In Formula 1 si vince con la squadra e gli uomini squadra».
Certo è che questa Mercedes è davvero forte...
«La Mercedes va veloce e soprattutto è affidabile. Arriva sempre, non si ferma mai. Anzi, si ferma quando taglia il traguardo davanti a tutti gli altri. È così, bisogna accettare quello che passa il convento. E nella fattispecie loro sono proprio il convento».
Difficile dare un giudizio ad un collega, ma a Forghieri è impossibile non fare questa domanda: quale è il suo giudizio su Mattia Binotto?
«Ragazzi, guardate che Binotto non è affatto male. È un fior fior di professionista. Penso però che gli siano state affidate troppe responsabilità, troppe mansioni tutte insieme. Gli incarichi sono aumentati, deve rispondere di qua e di là. Impegni che hanno un certo penso, soprattutto in F1, e che rischiano di farti “annegare”. La vita lavorativa di Binotto non deve essere affatto semplice. Fidatevi di uno che questo mestiere lo ha svolto per qualche anno...».
Un ampio capitolo, poi, è dedicato ai piloti. Sono loro il “sale” della Formula 1.
«A proposito di ricette, visto che prima mi chiedevate quella utilizzata da me dopo il 1973. Se volete posso darvi alcuni ingredienti per rendere la Formula 1 più avvincente. Per evitare che sia noiosa come troppo spesso sta accadendo. Ci vorrebbero una decina di Hamilton, un bel gruppo di piloti così forti. Ci vorrebbero in vista del 2022 quando cambieranno i regolamenti. Credo che le novità porteranno i piloti ad essere ancora più centrali. E se al volante c’è uno come Lewis, il divertimento è assicurato. C’è poco da dire, in questo momento è il migliore. Forse è il migliore anche guardando al passato della nostra amata Formula 1».
Risposta che attira una nuova domanda: Senna, Schumacher o Hamilton. Chi sceglie Forghieri?
«Qui si parla di campioni veri. Io resto estremamente innamorato di Senna. Perché? Perché faceva i miracoli senza far capire che stava facendo i miracoli. Scusate il giro di parole, ma rende bene l’idea. Non doveva vincere, poi vinceva sempre. Il più forte in assoluto. Punto».
E invece il suo preferito chi è?
«Che domanda, inizia con la L e finisce con la A. Chi potrebbe essere se non Lauda. Io e Niki abbiamo lavorato tanto insieme. A noi ferraristi ha regalato delle belle soddisfazioni. Lui sì che sapeva fare squadra, faceva la differenza».
E probabilmente il suo tocco si è visto anche nella Mercedes. Il team tedesco ha vinto tutto nell’era ibrida.
«Il suo tocco c’è eccome. Quando dicevo dell’importanza del gruppo. Dell’importanza di saper stimolare ogni singolo componente della Scuderia. Niki questo sapeva farlo. Ci diede un impulso unico per raggiungere tutti quei successi di fine ’70».
Erano gli anni della rivalità con James Hunt. Una sfida capace di ispirare il film Rush diretto da Ron Howard.
«James Hunt, un bel tipo. Il mio rapporto era buono con lui. Un ragazzo un po’ spinoso in certi momenti, ma un gran pilota. Un personaggio a tutto tondo. Un bene per la Formula 1».
Il compito che fu di Lauda ora toccherà a due giovanissimi come Charles Leclerc e Carlos Sainz. Riusciranno a riportare in alto il Cavallino?
«Sarà un lavoro duro, ma resto fiducioso. Per me sono due giovani molto forti. Hanno tutte le caratteristiche per rilanciare la Ferrari. Lo spero con tutto il cuore».
Il pilota italiano alla guida di una Ferrari resta però un tabù. Per quale motivo secondo lei?
«Tutti lo desiderano, tutti lo vogliono. Da anni. Ma chi decide non ha mai scelto questa opzione. Un motivo c’è, questa volta lo chiedo io a voi. Perché un pilota italiano fatica alla Ferrari? I risultati lo dimostrano».
Forse perché la pressione aumenta a dismisura. È così?
«Esatto. Non vi siete sbagliati di molto. La problematica è tutta qui. Sin dai tempi in cui lavoravo in Ferrari si ragionava proprio su questo aspetto. Credo che la strategia, se così possiamo chiamarla, non sia cambiata di molto».
Tra le tante quale è stata la sua “creatura” più bella, importante e innovativa?
«Il cambio semi-automatico sperimentato sotto la mia gestione, ma mai utilizzato. Un’innovazione che poi è stata sfruttata, e alla grande, da Nigel Mansell e dalla sua Rossa. Rammaricato di quel rinvio? Ma assolutamente no. Quando in campo metti idee di questo tipo devi sempre tenere conto del momento che stai vivendo. In quel periodo, il cambio semi-automatico era troppo avanti per essere utilizzato. Bisognava solamente aspettare un po’».
Ci racconti di quando toccò a Gilles Villeneuve provare il suo nuovo cambio.
«Mi disse: “Mauro ma cosa sono tutti questi fili vicino al volante? Ho una certa paura di prendere la scossa... (ride, ndr)”. I fili in effetti c’erano e Gilles aveva ragione a farmelo notare. Non doveva essere facile per lui. Che pilota, che ragazzo intelligente».
Gilles contro René Arnoux a Digione. Il duello dei duelli in Formula 1. Forghieri durante quella battaglia cosa faceva?
«Forghieri stava male. Ma si divertiva anche. Avrete capito che il divertimento è per me l’ingrediente più importante. Anche questo mettetelo nelle ormai “famose” ricette che dicevamo prima. E se Gilles avesse rotto la “mia” 312 T4 tanto meglio, le auto sono fatte per essere rotte...».
Ricordando Villeneuve si torna, per forza, al suo schianto fatale sul circuito di Zolder.
«Per quanto riguarda la sicurezza si sono fatti passi enormi, giganti. Basti pensare quanto accaduto a Grosjean proprio nell’ultimo Gp della stagione. Ma c’è un dato che forse è poco considerato. Gli incidenti di oggi non solo portano a conseguenze meno gravi, ma sono anche molti meno. A dirlo i dati. Un aspetto importante che bisogna evidenziare. La sicurezza viene prima».
Domandone finale, questa volte nessuna ricetta. Come sarà il 2021 della Ferrari? Ancora sofferenze?
«La Ferrari ha sempre avuto della reazioni positive, questo non va dimenticato. La Ferrari ha sempre saputo stupire. Quando decidi di non seguirla più, ecco che lei vince. Quindi io non sottovaluterei mai la Rossa. E questo lo sa anche la concorrenza...». —
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