La protesta
Maradona e le confessioni a Kusturica: un film sul rimorso
Nel documentario del grande regista l’immagine di un mito smarrito: «Nessuno sa come sto, nessuno sta dentro di me»
In apparenza, Maradona racconta Diego seduto su una sedia davanti a Emir (Kusturica). Diego non è proprio lì. È in un luogo dove la tristezza si balla, ma non si accantona. La scacci per il tempo in cui El tigre insegue il pallone - «per me era la normalità fare goal davanti a centomila persone» - ma non la freghi. L’amaro ti resta appiccicato addosso. Gli occhi di Diego anticipano le parole: «Io so la colpa che ho e non la posso rimediare». Pensa alla droga, alla violenza, all’alcol. A quello che ha sprecato.
Si tende a pensare che gli argentini (e il tango) siano nostalgia. Diego è rimpianto. E anche rimorso. Canta il suo inno “Se io fossi Maradona” nei locali, davanti alla moglie, ma nessuno recepisce l’invito silenzioso: fatemi scendere da questa giostra. Qualcuno mi salvi. Da me stesso. Senza me stesso, non ci sarebbe stata neppure la cocaina. L’urlo muto di Diego non lo sente nessuno. Eppure già nel 2008 nel docu-testamento “Maradona” che lascia a Kusturica Diego grida: «Sono nato dentro il calcio. Sapevo già chi sarei diventato». Per rafforzare le sue parole, per rendersi credibile - come se fosse importante che venisse creduto in questa affermazione, più che nelle imprese straordinarie sul campo da gioco - assicura che ci sono anche i video a dimostrarlo. I video di quando era bambino. La sua cantilena (quasi) porteña ipnotizza mentre parla a una macchina da presa impotente di fronte agli odori e ai sapori delle confessioni: «Quello che non sapevo è che avrei assunto cocaina. Sapevo che avrei comprato la casa a mia madre, che mi sarei sposato, che avrei avuto la mia famiglia, che avrei girato il mondo, che l’Argentina avrebbe vinto i Mondiali». Ma la coca no, non l’aveva prevista. Fa una pausa. Gli occhi precipitano in una tristezza profonda. «Sapevo tutto...ma ci sono cose di cui mi sento in colpa, dentro di me. Oggi mi possono dire che sto bene o che sto meglio o che sto meglio di prima, ma nessuno sta dentro di me».
No nessuno sta dentro il campione. Tutti stavano e stanno fuori. Tutti cercavano Maradona e, intanto, Diego smarriva Diego. Glielo racconta a Emir: «La cocaina invece di farmi stare meglio mi faceva chiudere in me stesso». Gli rendeva impossibile parlare con Claudia, la moglie. Le diceva mentiras, bugie, alle quali non credevano né Diego né Maradona. Ma in qualche modo dovevano fuggire in un altro luogo, nascondersi alla vergogna: «Emir, sai che giocatore sarei stato io se non avessi assunto cocaina? Che giocatore ci siamo persi..». Diego cerca di buttarla sull’ironia ma la voce lo tradisce. Non riesce andare avanti. Gli occhi sono quelli del capocomico ferito del dramma lirico Pagliacci di Leoncavallo. «Avrei potuto essere molto più di quello che sono. Te lo posso assicurare». Emir lo guarda. Lo ha appena sentito dire, con l’eco di un ruggito nella voce, che quando passava la metà campo «lì comandavo io». Allora Emir abbandona lo sguardo. E insegue Diego. Il bambino che, con gli amici, giocava al calcio cieco di notte. Perché poi, la mattina, quando faceva giorno, con la luce, poteva filare come un treno. E tutto era possibile, anche l’impossibile. Perfino per uno sgorbio divino. —
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