La manifestazione
È morto Diego Armando Maradona
Tre giorni di lutto nazionale in Argentina. A Napoli dal 1984, con la squadra partenopea ha vinto due scudetti, una coppa Italia e una Supercoppa. Campione del mondo nel 1986
Nell'anno più brutto, il mondo perde quella che per venti anni è stata la consolazione più credibile per miliardi di persone. A 60 anni appena compiuti è morto a Tigres Diego Armando Maradona, il Pibe de oro nato nei sobborghi di Buenos Aires e diventato il dio del pallone grazie a un sinistro magico, a un talento senza fine, a una personalità sconfinata seppure troppe volte colta in fuorigioco nella vita.
E ora che Diego non c'è più, non c'è angolo del pianeta, pure provato dalla piaga del Covid, che non pianga per l'addio al mito. Un mese fa aveva compiuto 60 anni: una festa triste però, nonostante l'omaggio globale, a cui pochi giorni dopo era seguito il ricovero in ospedale, un delicato intervento alla testa. Ma sulle condizioni i medici erano stati rassicuranti: nessuno aveva fatto presagire un epilogo tragico in così poco tempo. L'arresto cardiorespiratorio lo ha colto nella sua casa di Tigres, provincia di Buenos Aires. Nove le ambulanze accorse, vani i tentativi di rianimarlo. Maradona muore nello stesso giorno di altri grandi ribelli: quattro anni fa la scomparsa di Fidel Castro, di cui il fuoriclasse argentino era amico e grande sostenitore, nel 2005 anche George Best.
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Aveva solo 60 anni, Diego, ma si portava dietro e dentro tante esistenze: la più florida nel suo passaggio indimenticabile a Napoli e al Napoli, dove arriva nel 1984 senza di fatto mai andare via. Perché ai piedi del Vesuvio Maradona è davvero un dio, è lì che nasce la sua leggenda e non solo per lo scudetto conquistato, il primo degli azzurri, sotto la regia di Ottavio Bianchi. Nemmeno la positività alla cocaina che nel 1991 interrompe l'avventura in Italia segnando l'inizio della fine del campione genio e sregolatezza ha mai intaccato l'amore che Napoli ha per l'argentino. La città sotto choc ora piange, gli intitolerà lo stadio, quel San Paolo da cui il numero dieci ha fatto decollare un popolo intero.
IL MINI DOCUMENTARIO SU MARADONA
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Amori, odi, successi, cadute e quella rivalità sul 'più grande di sempre' per la quale lo scontro con Pelè ha negli anni assunto la forma dell'epos. Col brasiliano la pace, anche in occasione dei compleanni (80 O' Rei, 60 El Pibe a distanza di pochi giorni) e lo scambio di auguri. "Un giorno, spero, giocheremo insieme a calcio in cielo - l'omaggio di Pelé - Una notizia triste, ho perso un caro amico, e il mondo ha perso una leggenda".
"Di gran lunga il più grande giocatore della mia generazione e, verosimilmente, il più grande di tutti i tempi" dice Gary Linker, leggenda del calcio inglese che di Maradona fu avversario nella sfida con l'Argentina dei mondiali del 1986 segnata dal gol che il Pibe de Oro accreditò alla 'mano de Dios', prima di vincere il titolo praticamente da solo in finale con la Germania Ovest. Altra pagina di un romanzo che il 10 ha scritto dentro, ma anche fuori dal campo. Fatto di passioni, divorzi, figli e battaglie per riconoscerli (oppure no): di droga, depressione, perché tante volte aveva lasciato intendere che vivere nel mito di se stessi può essere un peso insopportabile. Era lo 'sgorbio divino' per Gianni Brera, perché quell'aurea di immortalità Diego se l'era conquistata in vita.
"E' il nostro passato che se ne va" l'omaggio di Michel Platini, altro abitante dell'Olimpo del pallone. Pure il connazionale Leo Messi, il mito attuale, altro dieci di talento puro intreccia il filo dell'immortalità: "Ci lascia, ma non se ne va. Diego è eterno". Eroe, meraviglia, mito: gli omaggi adesso si sprecano, ma erano gli stessi che la gente, la sua gente, gli ha sempre tributato in vita.
Tante vite, quasi sempre al limite: il Che tatuato e quel legame con la Cuba di Fidel, Chavez, la simpatia per il Papa connazionale. Perché Maradona è un pezzo unico. Sui campi saranno osservati minuti di silenzio. I ricordi, le celebrazioni riempiranno strade, cinema, libri: verranno intitolate piazze, dedicati premi. Il regista premio Oscar Paolo Sorrentino racchiude meglio di tutti l'essenza di cosa sarà in futuro il mito Maradona: "Diego non è morto, è andato in trasferta". E anche nell'anno più triste, vale una consolazione: anche fuori casa Maradona di prestazioni da fuoriclasse al mondo ne ha regalate tante.
Il Clarin
Questo l'inizio dell'articolo del quotidiano Il Clarin "Y un día ocurrió. Un día lo inevitable sucedió. Es un cachetazo emocional y nacional. Un golpe que retumba en todas las latitudes. Un impacto mundial. Una noticia que marca una bisagra en la historia. La sentencia que varias veces se escribió pero había sido gambeteada por el destino ahora es parte de la triste realidad: murió Diego Armando Maradona"
(E un giorno è successo. Un giorno accadde l'inevitabile. È uno schiaffo emotivo e nazionale. Un colpo che riverbera a tutte le latitudini. Un impatto mondiale. Una notizia che segna un cardine nella storia. La frase che è stata scritta più volte ma che era stata dribblata dal destino fa ora parte della triste realtà: è morto Diego Armando Maradona)
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LA MAGIA DI MARADONA IN TIMELAPSE
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Il lutto in Argentina
L'Argentina è sbigottita, paralizzata, in lacrime e non può credere che il suo "idolo immortale" non ci sia più. La morte di Diego Armando Maradona ad appena 60 anni ha avuto l'effetto di uno tsunami nelle menti e nei cuori di milioni di persone, a Buenos Aires e nel resto del Paese. Come d'incanto, davanti agli innumerevoli murales che lo catturano in un'eterna giovinezza nei quartieri della capitale argentina, e soprattutto nel suo barrio natale della Paternal, mani sconosciute hanno deposto fiori, magliette e candele in memoria del "più grande". Altre hanno costruito in fretta e furia un altare a Villa Fiorito, dove Maradona è cresciuto.
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E' l'enorme dolore e l'angoscia della gente che traspare per la partenza improvvisa e definitiva di quello che il giornalista argentino Sergio Levinsky ha definito "il più grande ribelle del calcio mondiale", alludendo alla sua vicinanza alla Revolución cubana di Fidel Castro e del Che. Lo scoop del 'Clarin', il principale quotidiano argentino che per primo ha sparato la più brutta delle notizie, ha paralizzato le redazioni dei media, l'attività della gente nei caffè e negli uffici e perfino la routine della Casa Rosada, dove il presidente Alberto Fernandez ha subito comunicato via Twitter un lutto nazionale di tre giorni, pubblicando la foto di un affettuoso abbraccio fra lui ed il Pibe. "Non potremo mai ripagargli le tante gioie che ci ha dato - ha detto -, è una di quelle morti che non si assorbono in nessun modo. La fortuna che abbiamo avuto è di averlo visto, di aver goduto del suo amore.
Grazie per essere esistito, e per avermi appoggiato e accompagnato".
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