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I Benjamin Button del calcio, gol e carisma oltre il tempo

GIORGIO BILLERI
I Benjamin Button del calcio, gol e carisma oltre il tempo

Zlatan e Cristiano, 74 anni in due, dominano il campionato: numeri strabilianti e record in serie. Storie diverse, caratteri opposti ma una sola missione: vincere facendo crescere i compagni

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Chissà se nelle sale cinematografiche dell’isola di Madeira o dei sobborghi di Malmoe «Il curioso caso di Benjamin Button» ha avuto successo. Di certo, tra gli spettatori del film di David Fincher interpretato da Brad Pitt, trasposizione del racconto scritto nel 1922 da Francis Scott Fitzgerald, c’erano anche Cristiano Ronaldo e Zlatan Ibrahimovic. Magari confusi tra la gente e protetti dal buio della sala, si saranno abbeverati della storia dell’uomo nato ottantenne e destinato a ringiovanire fino alla morte.

L’esatto contrario della parabola umana di tutti i mortali: appplicata al calcio sembra proprio la storia di loro due, Ibra e CR7, i Button del calcio italiano e mondiale. Mostri, fuoriclasse che migliorano con l’ingiallire della carta d’identità, che non smettono di segnare, di incantare, di andare oltre le leggi dell’umana biologia. 74 anni in due, 1.307 reti ufficiali in coppia: cifre già consegnate alla leggenda del football, ovviamente, ma che da sole non bastano a spiegarne la grandezza. I numeri non descrivono l’impatto emotivo e del loro carisma su Milan e Juventus, ma più in generale sul calcio italiano che un dualismo del genere lo aspettava dai tempi di Maradona e Platini.

Storie diverse, eppure uguali. Zlatan, bad boy cresciuto per caso in Svezia, terra che ha finito per amare ma completamente agli antipodi rispetto al suo temperamento focoso, a volte eccessivo, esagerato, egocentrico. Ibra, come Cristiano, si sente il giocatore più decisivo di ogni tempo e non lo manda a dire. Ha un leone tatuato sulla schiena che non manca di mostrare, ha un fisico perfetto da campione di taekwondo, a 39 anni riesce ad estendere le sue fibre muscolari dove gli altri non possono arrivare. E’ dominante: se una palla vaga in cielo, per attrazione fatale finisce dalle parti del suo codino. Calza il 48 di scarpe eppure la dolcezza de suo tocco spalanca tracce di gioco ignote. Fa gol di testa, di piede, di ginocchio: un tiranno. Si incavola col mondo ogni volta che non gliela passano, ma i suoi compagni lo adorano, perchè con lui si cresce. Ha frequentato la nobiltà del calcio europeo (Milan, Inter, Juve, Barcellona, United, Ajax), ma è stato pioniere anche negli Usa: e quando se n’è andato, in perfetto stile Ibra, ha detto: «Adesso tornate a guardare il baseball».

Cristiano è diverso, esterna di meno, si controlla. Ma come Zlatan vuole sempre la palla tra i piedi, e gesticola (eufemismo) se non gli arriva. A 35 anni tratta il suo fisico come una fuoriserie da lucidare ogni giorno: lavora più di un ragazzo di 20 anni, e per questo i compagni lo rispettano e lo ammirano. Se Ibra vuole stupire sempre, lui va al nocciolo del problema, sia pure con mezzi tecnici unici: lui vuole fare gol, E qualcuno ne ha fatto. 748 in carriera, meglio di lui solo tre uomini nella storia del pallone: Bican, Romario e Pelè. CR7 entrerà nella bibbia del football per i numeri, ma soprattutto per la fame implacabile che lo tormenta dall’alba al tramonto: competere, vincere, mettere quella palla odiamata oltre il portiere. Con la doppietta al Cagliari ha toccato quota 60 nel nostro campionato, in appena 69 partite, mentre complessivamente in bianconero ha già realizzato 73 reti in 95 partite. Numeri mostruosi che fanno sorridere anche un impassibile come Andrea Pirlo. «Dobbiamo tenerlo così il nostro giovanotto e finché fa due gol a partita ce lo teniamo stretto. Lui è un esempio, tutti i giorni. Mi ha dato grande disponibilità negli allenamenti, nelle partite e per qualsiasi cosa. I suoi gol e le sue doti non sono naturali e siamo fortunati che giochi alla Juventus».

Sì, noi italiani siamo fortunati: di Benjamin Button ne abbiamo due. —
 

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