Italia
De-juventinizzazione e il “Sassuolismo” L’Italia apre a tutti e dimentica i blocchi
Dopo 22 anni nessun bianconero nell’undici di partenza Locatelli e Berardi i manifesti della svolta del ct Mancini
GIORGIO BILLERI
Montpellier, 17 giugno 1998. Mondiali di Francia. L’Italia batte il Camerun per 3-0, gol di Di Biagio e doppietta di Bobo Vieri. È stata quella l’ultima volta in cui la Nazionale non aveva neppure uno juventino nella formazione di partenza. Giocarono Pagliuca, Costacurta, Cannavaro, Nesta, P. Maldini, Moriero, Albertini, Di Biagio, D. Baggio, R. Baggio, Vieri. Del Piero e Di Livio entrarono a partita in corso. Sono passati 22 anni e mezzo, fino Alla serata di Sarajevo. Dove l’Italia “dejuventinizzata” ha strappato il pass per la fase finale di Nations League. Nessun bianconero degli undici, visti gli infortuni di Bonucci e Chiellini. Una manciata di minuti solo per Bernardeschi. Scelte figlie dell’emergenza, ma anche dei tempi. Perché a Mancini, ormai, dalle parti della Continassa è rimasto davvero poco cui attingere: a parte i due inossidabili totem della difesa, alle prese con gli acciacchi dell’età, tra i titolari di Pirlo non ci sono italiani. Un’impostazione, quella della Juve, in netta controtendenza con quella privilegiata oggi dal calcio italiano, con la massima attenzione ai prodotti del vivaio, che costano meno, e come si vede dai risultati di Azzurra, rendono tanto.
La nostra nazionale, nella storia, si è sempre affidata ai cosiddetti “blocchi”. Convocare sei, sette, otto giocatori della stessa squadra era una sorta di coperta di Linus per tutti i commissari tecnici: in mancanza di tempo per lavorare sul campo, ci si fidava del naturale amalgama si gente che si allenava insieme tutto l’anno: l’Inter negli anni Sessanta, il Milan nei settanta, la Juve negli ottanta. poi ancora il Milan, anche le romane all’alba del nuovo millennio. Mai come adesso, l’idea di grippo azzurro è stata svincolata dalle squadre di appartenenza dei singoli. Contro la Bosnia i club più rappresentati erano Inter e Sassuolo con due giocatori: il messaggio manciniano, insomma, è che gioca chi in campionato dimostra di più, senza fare figli e figliastri.
Anche così si spiega il “sassuolismo” di questa squadra: Mancini, che sa osservare, ha seguito da vicino i precetti di De Zerbi e le somiglianze (possesso palla, triangoli su un lato, cambio di gioco dall’altro, pressing altissimo) sono evidenti.
Ecco perché Locatelli e Berardi (ma anche Caputo, ormai la prima vera alternativa a Belotti e Immobile) sono diventati punti fermi di questa squadra e non sarà facile scalzarli anche in prospettiva-Europei. Il manifesto della loro crescita è il gol, bellissimo, che ha chiuso la contesa contro i fratellini di Pjanic: lob dolcissimo del centrocampista ex Milan, inserimento e volèe di sinistro dell’attaccante, al secondo gol in due partite. Magari, con l’avanzamento di una stagione strana e diversa, le cose potranno cambiare. Ma l’impressione è che raramente, in passato, un ct abbia potuto pescare in una platea così ricca di talento. Sceglierne 23 non sarà facile. –
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