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CICLISMO: COSA RESTA DELLA CORSA ROSA 

Un Giro mai visto: slalom tra i contagi e debuttanti sul podio. La Toscana? Ignorata

Paolo Falconi
Joao Almeid e il trionfo a Milano di Tao Geoghegan Hart
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Joao Almeid e il trionfo a Milano di Tao Geoghegan Hart

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«Partirono in due ed erano abbastanza. Un pianoforte e una chitarra e molta fantasia», cantava nel 1978 Antonello Venditti che partiva da Bologna alla volta di Roma, raccontando il difficile cammino per i cantautori appena usciti da un periodo molto forte politicamente. Il Giro d’Italia 2020 è partito con 174 corridori da Monreale alla volta di Milano, raccontando in 3.498 km (scesi poi a 3.350…) il difficile cammino per una penisola alle prese con il Coronavirus. Che fosse un Giro d’Italia straordinario lo si sapeva. Straordinario nel senso primitivo del termine: fuori dall’ordinario. Se non altro per la sua collocazione autunnale, causa rimpasto della stagione ciclistica per il Covid.

FIGLIO DI UN DIO MINORE

Che non fosse stato tutelato a dovere, come invece il Tour, si era capito anche questo. Non per nulla, nei suoi 21 giorni di gara, sono state “piazzate” nel calendario internazionale Uci tutte le grandi classiche del Nord, che solo per il solito Covid qualcuna non ha avuto luogo. Straordinario per essere arrivata a sfogliare l’ultimo petalo della rosa con due corridori a paritempo. E tutto si è deciso nell’ultima crono di 15 km poco più. Ma tanti campioni hanno scelto le strade del Belgio e non quelle del Giro. Dumoulin, Alaphilippe, Roglic, Pogacar, Bettiol, ecc. E addirittura l’ultima settimana è stata sovrapposta all’avvio dell’altro grande giro, la Vuelta di Spagna. La stessa partenza della corsa rosa da Budapest è stata annullata, prendendo il via da Monreale con ben quattro tappe in terra sicula. Poi la risalita dello Stivale con una grande pecca: la parte tirrenica completamente dimenticata, davvero un grande errore .

TOSCANA E BARTALI

L’ultimo panorama sul mar Tirreno la carovana l’ha ammirato all’altezza di Vibo Valentia. Poi solo e soltanto dorsale adriatica, dalla Puglia al Veneto. In questo quadro la Toscana, terra di grandi appassionati del pedale, si è vista saltata completamente. Qualche anno fa era stata fatta quasi una promessa: ricordare Gino Bartali. Sembra tutto spazzato via: c’è la cima Coppi, la salita Pantani, la frazione per Scarponi, ma per Ginettaccio niente. Lui steso avrebbe detto: “Gli è tutto da rifare”.

I NOMI NUOVI

E’ stato il Giro degli sconosciuti sul podio. “Signori nessuno” o il futuro del pedale. Vedremo. Intanto abbiamo “scoperto” Filippo Ganna che dopo la maglia iridata nella crono ha fatto vedere cose impensabili anche in montagna. Un secolo dopo il suo omonimo, Luigi di Induno Olona che nel 1909 si aggiudicò la prima edizione del Giro. Abbiamo ammirato lo spagnolo Joao Almeida vestito di rosa, con quella spensieratezza tipica dei giovani che però rende più difficile l’opera degli altri. Sorretto da una splendida squadra, la Deceuninck-Quick Step. Mentre tutt’altro che splendide sono state Jumbo Visna e Mitchelton-Scott che a metà hanno dato forfait (e non solo per i contagi). Da ammirare la volontà di Giovanni Visconti che ha cercato in tutte le maniere la conquista della maglia azzurra, ma dopo il Friuli ha mollato.

SECONDE E TERZE LINEE

E’ stato il Giro delle sorprese e delle seconde e terze linee, una volta che i capitani sono stati costretti a salire in ammiraglia per motivi diversi. Così chi era partito al loro servizio ha avuto via libera per salire alla ribalta. L’occasione sullo Stelvio ha il nome di Wilco Kelderman: l’olandese della Sunweb ha messo tutti in riga, tranne il compagno di squadra, l'australiano Jai Hindley, a Milano in vantaggio di 86 centesimi di secondo (9 metri) su Geoghegan Hart. Che ora però, come già Pogacar al Tour, può appendere nella sua cameretta la maglia rosa e quella bianca di miglior baby. L’arrivo ai Laghi di Cancano ha fatto capire non chi avrebbe vinto il Giro numero 103, ma chi non l’avrebbe mai potuto vincere. Così Almeida, già in affanno è sceso dal podio. Ciccone aveva da tempo sventolato bandiera bianca, Pozzovivo non ha trovato la pedalata giusta, Nibali ci ha provato, ma era in riserva. E ha avvertito i suoi fans: «Sto bene, pedalo forte. Ma gli altri pedalano fortissimo». Non fa una piega. Tra gli sconosciuti quel lungagnone inglese che se ha semplice il nome (Tao) ha messo in difficoltà appassionati e cronisti con il cognome (Geoghegan Hart): ha vinto la quindicesima tappa, quella dalla Base Aerea Rivolto (Frecce Tricolori) a Piancavallo, è stato mina vagante sulla Cima Coppi, ha alzato al cielo il Trofeo senza fine. Da ammirare il duello per la maglia ciclamino portata a casa dal bretone Arnaud Demare nei confronti del funambolo campione Peter Sagan, “recluta” di rango del Giro. Da ricordare, invece, il grande spiegamento di forze della Rai per portare nelle case le tappe al completo. Oltre a commenti e cronache sempre puntuali, eccellente la firma sulle bellezze, sulle leggende, sulle storie e sulla storia della Penisola attraversata, dello scrittore versiliese Fabio Genovesi.


 

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