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CICLISMO: LA PROTESTA AL GIRO D’ITALIA 

Sindacalisti a pedali «Troppi chilometri, freddo e stanchezza» E la tappa si dimezzò

Antonio Simeoli
Sindacalisti a pedali «Troppi chilometri, freddo e stanchezza» E la tappa si dimezzò

Cerny vince la frazione accorciata da 250 a 120 chilometriVegni la prende male: a Milano qualcuno la pagherà cara 

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Ammutinamento, ricatto, sciopero. Chiamatelo come volete, ma al Giro d’Italia ieri è andata in scena una figuraccia colossale. Che rischia di rovinare tutti gli sforzi degli organizzatori per portarlo a termine, nonostante i contagi da Covid siano schizzati alle stelle e ci sia ormai il “coprifuoco” in diverse città.

A Morbegno, a un quarto d’ora dalla partenza della terzultima tappa, 253 di pianura fino ad Asti, i corridori hanno incrociato le braccia: «Non partiamo, sotto la pioggia tutti quei km non li facciamo». Il direttore del Giro, Mauro Vegni, spiazzato, furibondo, a quel punto aveva due opzioni: far partire la tappa con i corridori che erano disposti a farlo, rischiando un danno maggiore, o cedere agli ammutinati. Così ha fatto.

Kelderman&Co sono partiti per una passerella a Morbegno, poi hanno atteso lunghissimi minuti sotto la pioggia che i bus dei team, già in viaggio, tornassero per portarli 140 km più a sud ad Abbiategrasso sede della nuova partenza. E così, tra polemiche, accuse e pure insulti sui social ai corridori, la tappa è partita alle 14.31 dall’ampio parcheggio di una fabbrica di televisori per i 120 km verso Asti, accompagnati, ironia della sorte, solo da una pioggerellina.

C’erano le condizioni per correre? Sì. Pioveva, è vero, ma c’erano quattordici-quindici gradi. Non nevicava, non faceva freddo, nulla per giustificare uno stop come impone in casi del genere il protocollo varato dall’Unione ciclistica internazionale assieme all’associazione mondiale dei corridori guidata da un Gianni Bugno, imbarazzatissimo ieri durante la telecronaca Rai, dove ha il ruolo di commentatore tecnico (pasticcio nel pasticcio).

I corridori hanno sbagliato. Spesso glissano su questioni importanti della sicurezza in corsa (transenne inadeguate, moto impazzite in corsa, e non ci riferiamo al Giro), poi scivolano su bucce di banana come ieri. Perché correre quest’anno, visto il virus che sembra il miglior Filippo Ganna nell’inseguimento a una stagione ciclistica che cerca di sfuggirgli, è fondamentale. Senza corse gli sponsor salutano e il movimento scoppia. Ammutinarsi per un po’ di pioggia, dopo aver superato tamponi, freddo, diluvi veri, persino il freezer Stelvio, è stato un autogol per tutti.

«Non volevano partire – ha detto Vegni – è stato un agguato. Arriviamo a Milano, ma non finirà qui: qualcuno pagherà per questa figuraccia. Non ci sono scuse». Nel mirino alcuni team, Lotto Soudal o Ag2r su tutti, altri come la Ineos di Geoghegan Hart e Ganna o la Bahrain-McLaren, invece, volevano partire. Vincenzo Nibali (Trek) fa l’equilibrista. «Andava gestita meglio la cosa non con una chat, però le condizioni erano al limite».

Una luce, Beppe Martinelli ds Astana: «Abbiamo sbagliato, suvvia ammettiamolo».

Vegni sta portando a Milano una corsa assediata dal virus e “protetta” con una raffica di quasi 5 mila tamponi. Chiaro che ora si senta tradito dai corridori. E non solo lui. Pensate ai Comuni, alle associazioni, agli sponsor che ieri per quei 140 km poi tagliati hanno speso soldi o lavorato per mesi. E soprattutto al pubblico che, sotto la pioggia, aspettava il Giro solo per un applauso. Alla fineLa direzione di corsa ha deciso di non assegnare i premi della tappa di ieri, che si sarebbe dovuta disputare da Morbegno (Sondrio) ad Asti e, dopo la rivolta di una parte dei corridori, è invece partita da Abbiategrasso (Milano), con una riduzione di oltre 100 chilometri. I premi verranno devoluti, secondo quanto deciso in tarda serata, non ai corridori, bensì a una struttura sanitaria che si occupa della lotta al Covid-19. —

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