La manifestazione
Nibali, ascolta Bugno «Attacca, ce la farai»
Il monzese spinge lo Squalo: ora arrivano le sue salite Può partire da lontano, il distacco non è eccessivo...
È l’unico italiano che può ancora vincere il Giro d’Italia. Per mille motivi: esperienza, classe, caparbietà. Non ce ne voglia Domenico Pozzovivo, , ottavo in classifica a 3’50” dalla traballante (ma comunque splendida) maglia rosa del giovane Joao Almeida, ma l’unica speranza azzurra per vincere la corsa rosa che manca a un azzurro dal 2016 si chiama Vincenzo Nibali. Lui e sempre lui. Che poi è lo stesso che quattro edizioni fa ribaltò la corsa rosa a due tappe dalla fine portandosi avanti con il lavoro il giorno prima con la memorabile tappa del Colle dell’Agnello. È vero, la seconda montagna più alta del Giro, al confine tra Italia e Francia vacilla non poco causa freddo, neve, maltempo in arrivo e pure le complicazioni transfrontaliere dovute al Covid, ma i corsi e ricorsi storici per possibili rimonte dello Squalo ci sarebbero tutti. E allora, nel giorno di riposo di Udine, abbiamo chiesto a un campione e a un personaggio molto legato a Nibali di fare le carte al Giro del fuoriclasse siciliano. Gianni Bugno, ora commentatore Rai, un Giro in bacheca esattamente trent’anni fa, due Mondiali ed esperienza da vendere non ha dubbi: «Nibali può ancora ribaltare questo Giro d’Italia, semplicemente perché questa corsa non è ancora entrata nel vivo». I 3’29” di distacco dal leader Almeida? Il monzese non li considera troppi. «Certo, le gambe dimostrate da Nibali nelle ultime due tappe, la cronometro di Valdobbiadene e la frazione di Piancavallo non sono state un granché, ma chissà che proprio il ritardo accusato in classifica non consenta a Vincenzo di attaccare da lontano senza il fiato sul collo dei favoriti». E i 35 anni suonati? E la Trek-Segafredo trasformatasi tappa dopo tappa da una possibile armata a una squadra in disarmo? Nemmeno anagrafe e gregari (mancanti) convincono il Gianni del ciclismo (ci scusi Motta, ma quei due Mondiali parlano da soli) a togliere la fiducia a Nibali e alla sua rimonta. Manco fosse uno dei componenti degli inaffondabili pentapartiti della Prima Repubblica. Da un campione al fratello di un campione la sostanza non cambia, anzi la storia acquisisce una parte di sentimento ancor più bella.
Perché il fratello di Michele Scarponi, portato via dal destino e da un automobilista distratto tre anni fa, si chiama Marco. Sta girando l’Italia con il Giro per correre quello con bici elettrica (che oggi riprenderà dopo la sospensione dovuta al Covid) e sensibilizzare, nel nome del fratello, alla sicurezza e alla mobilità sostenibile. Scarponi quel giorno nella terzultima tappa del Giro 2016 sul Colle dell’Agnello c’era. Anzi fu fondamentale. Era in fuga, da solo, fu fermato per aspettare l’allora capitano all’Astana e scortarlo verso l’assalto alla maglia rosa di Steven Kruijswijk. «Ecco - dice senza indugi - Vincenzo ricordi quell’impresa, finga di riavere in camera mio fratello che lo sprona a crederci». E qui ti assalgono i ricordi di Scarponi: un signor corridore che faceva passare la tensione della gara col sorriso, con una battuta sempre pronta. Nel 2016 Michele capì che invece di fare il capitano e provare a vincere in prima persona, poteva aiutare a vincere. E così fece. Nibali quel Giro di quattro anni fa l’aveva perso, fece una rimonta clamorosa spronato da Scarponi che martellava la sera il suo compagno di camera a crederci. «Il Giro non è finito, la sua classe è intatta» ribadisce Marco Scarponi. L’Italbici spera, altro non può fare. —
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