Toscana
Già un anno senza Maltinti. La figlia: «Affascinava tutti»
Il 9 settembre del 2019 scompariva all’età di 71 anni il presidente-ultrà. «Non so se sarebbe stato d’accordo per la saggia scelta dell’autoretrocessione»
PISTOIA. Il presidente-ultrà. L’ambasciatore meno istituzionale e più appassionato che la Pistoia sportiva potesse avere. L’amico, il fratello, il confidente per svariati giocatori ed allenatori di cui è stato molto più di un presidente. Un patrimonio della città, si è detto in quel maledetto 9 settembre 2019, in cui se n’è andato all’improvviso a 71 anni.
Elisa Maltinti lo sapeva anche prima che il suo babbo apparteneva un po’ a tutti i pistoiesi ma in questo anno lungo, terribile e strano, ne ha avuto ancor più la percezione. Perché Robertone era soprattutto il suo babbo. Lui curioso del mondo anche se si muoveva da Pistoia solo per le trasferte. Forse perché, ci racconta trattenendo a stento l’emozione Elisa, «il mondo lo ha conosciuto tramite le persone che ha incontrato. Ed in tutte sapeva trovare una loro ricchezza».
Un anno senza Roberto Maltinti, un anno senza il presidente più amato che era anche suo padre...che anno è stato?
«Un anno in cui l’ho sentito tutti i minuti. Non avrei mai immaginato di poter trovarmi senza di lui. Una figura importante, anche ingombrante a volte. Non lo avrei mai immaginato, nonostante avesse avuto i suoi acciacchi. Dirsi addio senza salutarsi è stato tremendo...Ero la prima ad essere nel cono di luce del suo carisma. Mio padre, un uomo che affascinava tutti. Ma è stato anche un anno in cui sono stata circondata da tanto affetto, anche in maniera inaspettata e mi sono chiesta davvero qual’era la sua forza. Perché tutti gli volevano bene, persone di qualunque ceto sociale e di qualunque nazionalità».
E che risposta si è data?
«Forse l’avere uno sguardo sulle cose che sapeva andare oltre l’apparenza. L’esser curioso, l’aver riposto interesse in qualsiasi persona aveva davanti, il farli sentire importanti. Più volte è stato ricordato che lui non faceva vacanze da tempo: è vero. Lui aveva trovato a Pistoia il suo microcosmo, che poi era un macrocosmo perché vedeva e parlava con gente di tutti i tipi. Probabilmente il mondo lo esplorava così. Quello che è certo è che ogni giorno, da un anno a questa parte, incontro qualcuno che mi racconta un episodio legato a mio padre. All’inizio è stato devastante, ora questo racconto popolare è diventato una risorsa per me».
D’altra parte il suo era un babbo famoso, che ha vissuto il suo essere dirigente sportivo in modo totale tra la gente...
«Sicuramente la nostra vita familiare è sempre stata tutt’uno con la vita sportiva. Per la festa del Papà, per anni quando era sponsor della Maltinti, ho fatto due regali: a lui e Vito Fabris, uno dei protagonisti della promozione in A2 dell’87. Eravamo sempre insieme...ma potrei raccontare mille aneddoti: la tombola per Natale con Giampiero Ventura (allenatore della Pistoiese dall’89 al’92), le cene il sabato sera con Campioli (attaccante degli arancioni di patron Maltinti, ndr) per non farlo andare a ballare prima della partita. Nella sua seconda fase al Pistoia Basket, le cose sono cambiate anche perché il babbo non era più coetaneo di molti sportivi. Allora sono cominciate le cene del venerdì con gli italiani per fare gruppo».
La sua passione per il Pistoia Basket è merito del babbo?
«Sì, io unica figlia e femmina, volevo essere il figlio maschio che non aveva. L’ho sempre seguito, ho anche fatto il minibasket alla Maltinti insieme alle sorelle di Kobe Bryant. Quest’anno è stato proprio brutto in tutti i sensi... Quando se ne sono andate da Pistoia, siccome per me il basket era stare con gli amici, ho smesso. Un anno fa, domenica 8 settembre, sono andata all’Arcadia a fare due tiri con i miei bambini. Gli ho mandato le foto e lui ha commentato: una gran giocatrice non ci verrà mai. L’ultimo messaggio di mio padre, alla sua maniera».
Come ha vissuto la dolorosa autoretrocessione del Pistoia Basket, pensando a Roberto?
«Cosa avrebbe pensato? Me lo sono chiesto tante volte, anche parlando con Massimo Capecchi. L’anno scorso diceva che era giusto fare l’A2, che il ripescaggio dopo la retrocessione a tavolino di Torino ci aveva danneggiato più che aiutato. Non so cosa avrebbe consigliato alla società ora. Di certo in questa situazione è stata una decisione saggia, ma non so se lui che ha sempre gettato il cuore oltre l’ostacolo, sarebbe stato saggio».
Come vorrebbe che i suoi figli ricordassero il nonno?
«Ho ricevuto lettere bellissime, ne cito due: una di Giancarlo Abete (ex presidente Figc ndr) e una da parte di chi mi ha raccontato di aver passato domeniche in carcere, cercando di decifrare le urla dallo stadio, sperando che fossero gol della Pistoiese. Ai miei figli dico che il nonno era così, lui non conosceva pregiudizio e ha avuto tanto affetto proprio per questo». —
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