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AVEVA 81 ANNI 

L’ultima campana Se ne va Mazzinghi, simbolo sul ring dell’Italia più bella

SANDRO LULLI
L’ultima campana Se ne va Mazzinghi, simbolo sul ring dell’Italia più bella

La vittoria mondiale con Kim, la promessa all’amico clochard Un pugile amatissimo perché era il simbolo del sacrificio

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E' morto ieri all'ospedale Lotti di Pontedera, dov'era ricoverato da alcuni giorni, l'ex campione del mondo di pugilato Sandro Mazzinghi, 81 anni. La salma è stata esposta nel Santuario del Santissimo Crocefisso di Pontedera, mentre i funerali ci saranno domani sempre a Pontedera. Ecco il profilo del campione che scrisse due anni fa il nostro Sandro Lulli.



Aveva da poco vinto ai punti l’incontro più cruento della storia del pugilato contro lo spietato coreano Ki-Soo Kim, riconquistato la corona Mondiale dei Superwelter nonché mandato in visibilio 50 mila spettatori allo stadio di San Siro e, mentre i giornalisti di tutto il mondo ancora pescavano a piene mani nel secchio degli aggettivi per descrivere la sua forza e il suo coraggio ma anche la ineguagliabile capacità di soffrire lui, Sandro Mazzinghi, appena terminata la doccia si rivolse al fratello Guido: «Dai sbrighiamoci, voglio andare in stazione a trovare il mio amico per dargli il regalo che gli avevo promesso…». Si trattava di un clochard suo tifoso, che il pugile andava a salutare ogni volta che arrivava alla stazione di Milano. Il giorno prima del match Sandro gli aveva promesso un paio di guantoni piccoli in oro. Mazzinghi cercò dappertutto nei luoghi dove solitamente l’uomo stava sdraiato senza trovarlo, poi un altro senzatetto gli disse: «Ah, cerchi Giovanni…Beh è morto stanotte, lo hanno trovato steso su un quotidiano sportivo con una grande foto di un pugile suo amico…». Aveva trent’anni Mazzinghi e quella sera del 26 maggio del 1968 invece di essere a festeggiare e brindare era in stazione a piangere l’amico sfortunato, sotto una pensilina, con il viso gonfio e gli zigomi incerottati e tra le mani il regalo mai andato al destinatario. Questo è il Campione dal volto umano, questo è il Guerriero senza paura. «Tante volte mi chiedo come ho fatto a sopravvivere a certi combattimenti e mi chiedo anche quanti ce l’avrebbero fatta a reggere: pochi di sicuro. Con Ki-Soo Kim, perché sia io che lui andammo oltre la resistenza umana e credo che poi il coreano sia volato in cielo alcuni anni dopo anche a causa di questa battaglia…». Sandro indica le sue viti: «Produrre vino e un po’ come fare il pugile: se lavori tanto e bene dopo un anno puoi vincere, cioè produrre ottimo vino…». E anche quel giorno del 1968 aveva lavorato tanto e voleva “raccogliere”. Eppoi veniva da otto combattimenti vittoriosi nell’arco dell’ultimo anno e mezzo durante il quale aveva difeso vittoriosamente per ben quattro volte la sua corona europea (strappata a Yoland Leveque, 17 giugno 1966) prima con Bob Hogberg, poi con Jean Baptiste Roland, Wally Swift e Joe Gonzales. «Ero al massimo della potenza e della maturità. Stavo bene, il fisico rispondeva, avevo tenuta, lucidità, velocità. Sapevo che quella era la mia ultima occasione per risalire sul tetto del mondo e lo dovevo a mio fratello Guido, lo dovevo ai miei familiari e anche a me stesso perché la corona l’avevo persa tre anni prima immeritatamente e volevo riportarla a casa. Così mi ero preparato scrupolosamente. Di questa sfida ricordo anche i particolari come quando mi feci il segno della croce, l’attimo in cui controllai le fasce alle mani o quando arrivò la chiamata dell’arbitro…. Al terzo round esplodo ventuno colpi potenti in sequenza: gancio, montante, diretto, eppoi ancora, e ancora… Ki-Soo Kim mi cade addosso, lo spingo via e lui va al tappeto mentre l’arbitro Valan inizia a contare; poi il coreano si gira, si alza, volge le spalle e appoggia le braccia sulle corde in segno di resa. Tutti pensammo che fosse finita. Un attimo dopo suonò il gong e così, non so come fece, dopo la pausa resuscitò…». Ki-Soo Kim era un po’ il Mazzinghi coreano però mancino, diventato famoso in Italia perché due anni prima, nel giugno 1966 a Seul, aveva strappato il titolo a Nino Benvenuti con un verdetto contestatissimo. Per mettere in palio la corona in Italia Kim pretese una borsa di 55mila dollari. «Una enormità, e dovetti contribuire anch’io tagliando la mia borsa che comunque fu favolosa. In cambio ottenni una percentuale sugli incassi (si parlò di 100 milioni circa raccolti al botteghino dello stadio San Siro). Non solo _ aggiunge _ il comm. Borghi titolare della Ignis, staccò un assegno in bianco per la pubblicità e mi lasciò libero di mettere la cifra... Ma andò bene anche a lui che quadruplicò le entrate perché fu incontro che si consegnò alla storia». —

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di Redazione web