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70 anni fa 

Il Brasile non dimentica il “Maracanazo”, la sconfitta che provocò 34 suicidi e 56 morti per infarto

Un’immagine di Brasile-Uruguay 1-2, finale dei Mondiali 1950
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Un’immagine di Brasile-Uruguay 1-2, finale dei Mondiali 1950

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ROMA. 16 luglio 1950: vietato nominare questa data se ci si trova in Brasile. In molti potrebbero non gradire e sarebbe scontato farsi dei nemici. In una nazione che affronta oggi un dramma diverso, quel giorno di 70 anni fa fu una tragedia popolare: era il “Maracanazo”, l'incredibile sconfitta della Selacao nella partita decisiva del girone finale in un Mondiale che 200 milioni di brasiliani consideravano già vinto. Invece l'Uruguay di Schiaffino e Ghiggia battè la Seleçao per 2-1 e portò a casa il suo secondo titolo, quarto per coloro, e sono tanti, che a Montevideo mettono nel conto anche i due ori olimpici del 1924 e 1928 , epoca in cui i Mondiali ancora non esistevano.

Mai però una vittoria generò tanta tristezza, al punto che la leggenda narra che il capitano della Celeste Obdulio Varela, impressionato dal silenzio dello stadio al momento della consegna della Coppa Rimet e colpito dal numero di persone in lacrime o disperate che aveva visto sugli spalti e tornando in albergo, a un certo punto della nottata, invece di godersi il trionfo e celebrarlo con i compagni, uscì e andò nei bar di Copacabana a consolare i tanti che non riuscivano a darsi pace. Alla fine il conto dei suicidi provocati in Brasile da quella sconfitta fu di 34, più 56 infarti che ebbero ugualmente esito letale.

Il 16 luglio del 1950 divenne quindi, in un paese per sua fortuna mai sconvolto da guerre o rivoluzioni sanguinose, quello della grande tragedia nazionale che, incredibile ma vero, si è ripetuta 64 anni dopo nel secondo Mondiale giocato in casa: nessun paese ne ha mai ospitati due senza vincerne almeno uno. Al Brasile, che pure è “pentacampeao”, è successo, ennesimo paradosso di un paese dove un secondo posto equivale a una sconfitta. Quell'1-7 contro la Germania a Belo Horizonte ha in parte “offuscato” la vergogna del 1950, al punto che sei anni fa più di un media locale ha scritto che «adesso i giocatori che persero contro l'Uruguay possono riposare in pace».

Il pensiero però, anche quel giorno, corse subito al portiere Barbosa, fino alla sfida decisiva del Mondiale '50 il miglior n.1 di quel Mondiale, ma poi colpevole di essersi fatto segnare da Ghiggia e quindi additato al pubblico ludibrio come un traditore della patria, l'uomo per colpa del quale il grande sogno era rimasto irrealizzato ed era stato decretato perfino il lutto nazionale. In tanti, da qual giorno, lo evitarono e qualche anno prima di morire, sfogandosi, l'ex portiere del Maracanazo disse che «in Brasile la pena massima è di 30 anni, ma io ne sto scontando più di quaranta per un crimine mai commesso».

Duecentomila persone al Maracanà erano pronte per un grande Carnevale fuori stagione e invece furono protagoniste di un incubo. Molte avevano già comprato la maglietta con la scritta "Brasil Campeão 1950" (ne furono vendute più di mezzo milione) e viene da pensare che in Brasile la storia non ha insegnato niente: nel 2014, anno della seconda grande Vergogna Nazionale, uno degli sponsor della nazionale, produttore di una bibita, aveva già messo sul mercato migliaia di lattine con lo stemma della Selecao e il numero 6 dell' “Hexa”, il sesto titolo.

Otto anni dopo la tragedia del 1950, ci pensò un ragazzino, che aveva ascoltato quell'indimenticabile partita alla radio, a rimettere le cose a posto: Pelé si rivelò al mondo, Garrincha e Didì furono degnissime “spalle”, il Brasile diede spettacolo e fu finalmente “campeao”, ripetendosi nel 1962 in Cile. Ironia della sorte e dei numeri, proprio nel 2020 ricorre un'altra ricorrenza storica per il calcio brasiliano, che per dimenticare i 70 anni dal Maracanazo, ha dato grandissimo risalto al cinquantenario della definitiva conquista della Coppa Rimet, con il 4-1 dell'Azteca a spese dell'Italia. Quel risultato è tuttora la medicina per il crollo di venti anni prima, e anche il frutto di una credenza diffusa in Brasile: la Selecao del 1970 è stata la migliore di tutti i tempi, con cinque numeri 10 dei rispettivi club (Jairzinho del Botafogo, Gerson del San Paolo, Tostao del Cruzeiro, Pelé del Santos e Rivelino del Corinthians) schierati in contemporanea. Solo grazie a loro è stato possibile lenire quel dolore provocato dall'Uruguay. Così è meglio ripensare a Pelé che fa impazzire Mazurkiewicz nella semifinale del '70 che a Ghiggia, Schiaffino e Varela, fantasmi che però non smettono di apparire.


 

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