Sicurezza
Carlos e il gol a Pinochet Caszely, la punta cilena che si rifiutò di stringere la mano al dittatore
Un calciatore con la schiena dritta e la sfida al regime sanguinario
Sì, si può prendere coraggio dalla paura. Si può dire basta dopo aver pensato di farlo e non esserne stati capaci. Dopo esser stati male, aver pianto, per quell’ultima esitazione. Sì, stavolta riesce a farlo il giovane Carlos, calciatore della Nazionale cilena in partenza per il Mondiale 1974. E il momento della ribellione vale mille gol.
Sono le cinque della sera di un giorno di fine maggio, quando il coraggio si mangia la paura. Sono appena gli albori di un’epoca di pieno terrore nel Paese, quando il dittatore fascista Augusto Pinochet riceve la Nazionale che sta per andare in Germania. Carlos è Carlos Caszely e non ha ancora 24 anni, il cognome tradisce le origini ungheresi del padre. Lui è il centravanti, lo chiamano “El rey del metro cuadrado”, perché se gli arriva una palla precisa in area è sempre gol. Carlos di quel regime è un fiero oppositore e quando vede entrare nella stanza l’ombra del dittatore d’istinto mette le mani dietro la schiena, incrociandole e serrando i pugni. Pinochet passa in rassegna i giocatori e, quando si trova di fronte Carlos, può cogliere solo lo sguardo fiero e le labbra serrate. La mano tesa del dittatore resta sospesa in aria per qualche interminabile secondo. Poi viene ritratta e Carlos segna un gran ben “gol” nella porta di quello che non è l’avversario del campo ma il nemico della vita, suo e di un popolo intero. Quello che il gruppo degli Inti Illimani, in quel periodo esule in Italia, canta con orgoglio come “El pueblo unido jamás será vencido”, “Il popolo unito non sarà mai sconfitto”.
IL GOLPE FASCISTA
Non sarà sconfitto quel popolo ma sarà dura, perché la violenza, la morte, il terrore seminano grappoli di oppressione in ogni angolo di un Paese dalla democrazia uccisa per mano militare. Il golpe è di pochi mesi prima di quella stretta di mano negata. È di quell’11 settembre 1973 che fino all’ecatombe delle Torri Gemelle, era “l’11 settembre” più famoso: il giorno dell’assalto armato al palazzo presidenziale della Moneda. Il presidente legittimamente eletto, il socialista Salvator Allende, a capo dello schieramento Unidad Popular, viene trovato morto, forse si è ucciso, forse l’hanno ucciso. Ma poco cambia, dietro quel golpe ci sono i servizi segreti degli Stati Uniti d’America, c’è il potentissimo segretario di Stato Henry Kissinger, che non può permettersi un fronte progressista in Sudamerica. Così finanzia e favorisce l’orrore delle dittature, prosciuga le economie di quei Paesi. La stessa operazione avverrà anche in Argentina con un altro generale, Jorge Rafael Videla, a capo di un’altra dittatura fascista, tra il 1976 e il 1981.
Quando in Cile sono i giorni della paura, delle deportazioni, delle torture, Carlos non c’è. È in Spagna, a Valencia, gioca per il Levante. Quel che accade di terribile lo legge dai giornali è non è neanche tutto quel che poi si saprà: 3.508 morti ufficialmente censiti per mano della dittatura con 30mila torturati e 40 mila desaperecidos, scomparsi. Persone delle quali non si saprà mai niente, fieri oppositori che non vogliono fare i nomi di quelli che la pensano come loro e che finiscono su aerei che si levano in volo pieni e tornano vuoti dopo aver aperto i portelloni sull’oceano.
LO SPAREGGIO NEL LAGER
Poi arriva il momento di andare in Unione Sovietica con la Nazionale cilena per giocare la partita di andata dello spareggio che vale il Mondiale. Si gioca a Mosca il 26 settembre, appena quindici giorni dopo il golpe. Finisce 0-0 e diventa decisiva la sfida di ritorno, in programma il 21 novembre a Santiago del Cile. Ma c’è un problema: si dovrebbe giocare nell’Estadio Nacional, in un’arena trasformata in campo di concentramento. I sovietici chiedono di giocare in un altro stadio. La Federcalcio mondiale fa finta di niente, manda una commissione fantasma a verificare. I soldati di Pinochet tengono rinchiusi i prigionieri sotto le tribune per una fra le più spregevoli messe in scena. Gli ispettori ci cascano o fanno finta di crederci per ordini superiori. E quindi la partita si “deve” giocare lì. I sovietici si rifiutano e il giorno della partita il regime manda in scena una commedia triste. Nasconde ancora nei sottoscala persone e cadaveri imbarazzanti, riempie le tribune di pubblico, la pista di soldati a la tribuna d’onore di gerarchi in pompa magna. E in campo va la nazionale per segnare un gol simbolico a porta vuota. C’è anche Carlos fra gli undici, nel copione della recita a lui spetta l’ultimo passaggio al capitano, Chamaco Valdes, socialista come Carlos: «Avevo la sensazione di essere uno strumento di propaganda nelle mani di quei vigliacchi torturatori figli di puttana. Così pensai a un modo per tirarmi fuori da quella porcheria: quando mi arriverà il pallone lo butterò fuori. Poi la palla arriva e io gioco. Non giudicatemi per questo, mi è mancato il coraggio, ho pensato con egoismo alla mia famiglia, non tanto alla mia vita, ma a quella dei miei cari, mi è mancato il coraggio di dire no. Negli spogliatoi sono stato male, come il mio compagno Valdes, vomitavamo l’anima. E mentre vomitavo l’animaccia mia mi dicevo “è l’ultima volta che dico sì!”. E cazzo così è stato!».
IL PRIMO CARTELLINO ROSSO
Arriva così il giorno della stretta di mano negata e della partenza per la Germania. Il Cile è nel girone a quattro con le due Germanie e l’Australia. Il debutto è con i padroni di casa dell’Ovest, vincono loro con gol di Paul Breitner, uno con simpatie maoiste. Carlos prende il primo cartellino rosso della storia, fino a prima di quel Mondiale le espulsioni erano “a voce”. Il suo campionato dura appena 67 minuti e in patria i giornali del regime, fabbrica della disinformatija, scrivono che «si è fatto espellere per non giocare contro i suoi amici della Germania comunista, la Ddr». Il Cile torna subito a casa, con appena due pari con Ddr e Australia. Per Carlos scatta l’embargo da parte dei vertici militari tramite il nuovo ct, Caupolicán Peña. Resta cinque anni lontano dalla nazionale, in Spagna si trova bene ma (dopo una parentesi all’Espanyol di Barcellona) decide di tornare nella squadra delle origini: il Colo Colo, a Macul, uno di quei sobborghi della “sua” Santiago povera: «Al liceo mi sono accorto che oltre al calcio c’era qualcos’altro che iniziava a intrigarmi. Sentivo sotto la pelle l’amore per la politica, quella vera! E così ho iniziato la militanza attiva nei gruppi della sinistra cilena». A vederlo da lontano Carlos non ha le stimmate del campione, non è magro e neanche potente, però i gol li fa e ha una padronanza della palla spettacolare. Nell’estate del 1973, poco prima di quel golpe, arriva la doppia finale di Copa Libertadores, quella che in Sudamerica è la nostra Champions. Il Colo Colo deve affrontare gli argentini dell’Independiente. Il presidente Allende va a trovare la squadra prima della sfida in terra argentina e, al consolato cileno di Buenos Aires, vuole una foto con Carlos che di quella Copa sarà il capocannoniere. Dopo la terza finale-spareggio, sul neutro di Montevideo in Uruguay, chiusa ai supplementari, ad alzare il trofeo però saranno gli altri.
LA CRAVATTA ROSSA E LO SPOT
Quando torna a casa dopo la parentesi spagnola, nasce un bel problema per il regime. Per tre stagioni di fila Carlos è il capocannoniere e tenerlo fuori dalla Nazionale diventa impossibile. Partecipa così a un altro Mondiale, in Spagna nel 1982, ma quando sbaglia un rigore con l’Austria, la solita disinformatija scriverà che lo ha fatto apposta. In fondo ha appena fatto ancora “gol” a Pinochet. C’è un altro incontro ufficiale e Carlos ha una cravatta rossa. Pinochet la guarda di traverso e, stavolta senza mano sospesa nel vuoto, chiede di toglierla con voce soffocata. La risposta è una rasoiata: «Questa è sempre qua, vicina al mio cuore». La replica è stizzita: «Gliela taglierei».
Carlos gioca fino al 1986 e la partita di addio si trasforma in una manifestazione contro il regime. E il colpo finale arriva con il referendum indetto il 5 ottobre 1988, quando si decide di chiedere al popolo se vuole ancora un mandato per Pinochet. La campagna elettorale è impari. Il regime concede pochi spazi a quelli del “No”, ma in uno di questi spot compare una donna sulla sessantina che, con voce ferma e sguardo fiero, dice: «Sono stata sequestrata e picchiata brutalmente. Le torture fisiche sono riuscita a cancellarle, quelle morali non posso dimenticarle. Per questo io voterò No”. L’inquadratura si allarga, compare Carlos che si avvicina alla donna: «Anche io voterò No, Perché la sua allegria è la mia allegria. Perché i suoi sentimenti sono i miei sentimenti. Perché domani potremo vivere in una democrazia libera, sana, solidale, che tutti possiamo condividere». Poi una pausa e la rasoiata, un altro “gol” a Pinochet: «E perché questa bella signora è mia madre».
Il No vincerà con il 55 per cento e, 16 anni dopo il golpe, fra il 1989 e il 1990 finirà l’epoca buia del fascismo. A Carlos chiederanno di entrare in politica ma dirà no, preferirà raccontare calcio da giornalista. Quel calcio che un giorno gli ha fatto scoprire il coraggio della paura. Il coraggio di un hombre vertical.
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