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La maratona lunga 52 anni

Berlino, 9 agosto 1936: Sohn Kee-chung, al centro sul podio, copre con una piccola pianta di quercia la bandiera giapponese e abbassa lo sguardo mentre suona l’inno; a destra mentre taglia il traguardo della maratona. Seul, 17
settembre 1988: Sohn Kee-chung entra allo stadio Olimpico come tedoforo
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Berlino, 9 agosto 1936: Sohn Kee-chung, al centro sul podio, copre con una piccola pianta di quercia la bandiera giapponese e abbassa lo sguardo mentre suona l’inno; a destra mentre taglia il traguardo della maratona. Seul, 17 settembre 1988: Sohn Kee-chung entra allo stadio Olimpico come tedoforo

Sohn, il coreano costretto a essere giapponese e quell’oro di Berlino festeggiato “solo” a Seul

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C’è una smorfia, l’unica che increspa lievemente l’espressione da sfinge, quando china lievemente la testa verso destra e socchiude gli occhi per non vedere il traguardo. No, non festeggia la vittoria nella corsa fra le corse, nella maratona che si chiude nell’immenso Olympiastadion di Berlino. È sabato, è il 9 agosto del 1936 e quella è la maratona delle Olimpiadi delle quattro medaglie d’oro di Jesse Owens che mandano su tutte le furie Adolf Hitler. È la gara dei sogni per ogni atleta, eppure lui non esulta. Passa il traguardo e continua con la stessa andatura, lo rincorrono per mettergli sulle spalle una coperta. A quel punto si ferma e si siede sul prato. Guarda ancora più in basso quando l’altoparlante pronuncia il suo nome che però non è il suo e subito dopo la parola “Japan”, Giappone. Già, ha addosso quella maglia con quei colori e quella bandiera che non sono i suoi.

Lui è Sohn Kee-chung, orgogliosamente coreano, nato il 29 agosto del 1912 in un villaggio del Nord quasi al confine con la Cina, quando la sua Corea da due anni è in mano all’invasore giapponese. Lo dice a tutti, nelle interviste, di essere coreano e di chiamarsi Sohn, solo che l’ordine di arrivo riporta un altro nome: Son Kitei, che è il suo ma con grafia e fonetica giapponese. E lì accanto c’è quella sigla “Jap”, Japan, Giappone. Ora indossa una tuta che ha al centro, sul petto, un riquadro bianco e il sole rosso al centro. Non è la sua bandiera e quando sale sul podio china la testa e abbassa ancor di più lo sguardo. Ha le lacrime agli occhi e la rabbia in corpo. Copre quel vessillo con la piccola pianta di quercia consegnata a ogni vincitore. Lì accanto ha il capo chino pure il terzo classificato, un altro coreano vestito da nipponico. Si chiama Nam Sung-Yong ma anche a lui il foglio gara regala un altro nome, in giapponese, Nan Shoryu. Anche senza il pugno guantato di nero, con 32 anni di anticipo quella di Sohn e Nam è la stessa protesta di Tommie Smith e John Carlos, primo e terzo sui 200 a Città del Messico nel 1968.

LA FESTA REPRESSA IN PATRIA

Nelle interviste appena sceso dal podio, Sohn racconta ancora il suo orgoglio di coreano, dopo aver firmato ogni documento di gara con il suo vero nome: «Il corpo umano può fare molto e, pertanto, sia il cuore che l’anima devono farsene carico…».

Lo sa che quella gara non sarebbe finita quel giorno, lo sa e lo fa vedere continuando a correre come se il traguardo fosse altrove. All’arrivo in Patria, nonostante la pesantezza dell’oppressione, i coreani festeggiano quel trofeo con sano orgoglio. E pazienza se ancora oggi è nel medagliere del Giappone, pazienza se l’invasore quel giubilo lo guarda di traverso. E per questo ha appena mandato la polizia a chiudere un quotidiano il “Dong-a libo” che ha osato pubblicare la foto della premiazione con un ritocco: niente bandiera giapponese sulla tuta di Sohn. Vengono arrestati il direttore e sette fra redattori e tipografi coinvolti in quell’operazione. E il giornale viene chiuso per nove mesi. È una dura repressione anche culturale: vietato parlare e scrivere in coreano, obbligo di usare il giapponese non solo nei nomi. Viene imposta anche la religione shintoista, vengono vietate riunioni e ogni associazione. Di fatto non c’è libertà di parola, i giornali sono quasi tutti in giapponese, a parte pochi che vengono controllati prima della pubblicazione. Quello del “Dong-a libo” e della bandiera cancellata è un incidente inammissibile e per questo pagheranno anche gli addetti alla censura.

L’ELMO GRECO 50 ANNI DOPO

Nonostante ciò, il rientro di Sohn in patria è da brividi. E in qualche modo attenua l’amarezza anche per la mancata possibilità di ritirare un premio aggiuntivo a Berlino. Lo ha messo in palio il giornale greco “Vradiny” per unire il mito di Olimpia con la maratona tedesca. È l’elmo di un guerriero greco della metà del VI secolo avanti Cristo, piena epoca di splendore olimpico, ma Sohn non può ritirarlo: stavolta non c’entra niente l’oppressione giapponese. Il regolamento olimpico all’epoca impone il dilettantismo puro e dunque l’unico premio può essere rappresentato dalla medaglia.

Così quell’elmo per cinquant’anni resta custodito al Museo delle antichità (Antikmuseum) di Berlino. Fino a quando le autorità greche pongono un ultimatum ai tedeschi: o lo date a chi ha vinto quella maratona oppure ce lo riprendiamo. Così da Berlino parte una telefonata per la casa coreana di Sohn, che viene invitato in Germania per festeggiare il cinquantesimo anniversario del suo trionfo. Sohn, il 10 agosto 1986, a Berlino Ovest riceve l’elmo dalle mani di Willi Daume, membro del Comitato olimpico internazionale e presidente del Comitato olimpico della Germania Ovest.

QUANDO VINCE UN SUO ALLIEVO

C’è la gioia negli occhi di Sohn, quella sera, sul volto non c’è una smorfia ma uno sguardo fiero. Lui, appena rientra in patria, quel cimelio lo porta a Seul, al Museo Nazionale: «Non è mio, è di tutti, l’ho vinto per la Corea». L’occupazione giapponese è un ricordo ma quella di Sohn non è terra di pace duratura. Dopo il secondo conflitto mondiale il territorio della penisola contigua alla Cina viene diviso in due: da una parte il Nord, sotto l’influsso sovietico, dall’altra il Sud, sotto quello statunitense. C’è ancora guerra nel 1950, con il rischio di far scoppiare un altro conflitto mondiale. La pace di fatto non viene mai fissata, c’è solo un “cessate il fuoco” del 1953 e sul campo restano quasi tre milioni di morti. E permangono anche le tensioni che periodicamente rischiano di esplodere con ampi riverberi sugli equilibri mondiali.

Sohn nel frattempo non si fa mancare le soddisfazioni. Dopo aver smesso di correre, resta nel mondo dell’atletica allenando altri maratoneti. Già nel 1947, con la maglia della Corea del Sud, un suo discepolo – Seo Yun-bok – gli toglie il record mondiale. E alle Olimpiadi di Londra nel 1948 Sohn fa il portabandiera, applauditissimo. Nel 1992 alle Olimpiadi di Barcellona la maratona la vince Hwang Young-cho che di Sohn è l’allievo migliore. Fino a due chilometri dal traguardo con lui c’è il giapponese Koichi Morishita. Hwang è stremato, però sa che può perdere con chiunque ma non con lui. È formalmente il primo coreano a vincere una maratona olimpica, nelle interviste dopo la premiazione, a chi glielo fa notare dice subito: «Non scherziamo, il primo coreano a vincere la maratona è stato il mio allenatore». E lo indica, in fondo alla sala: Sohn accenna a un sorriso.

«POSSO MORIRE SENZA RIMPIANTI»

Ora può farlo, perché alle Olimpiadi precedenti ha finalmente concluso quella maratona. No, non quella realmente in programma a Seul nel 1988, quella è del nostro Gelindo Bordin. Sohn vince finalmente la maratona che 52 anni prima non aveva smesso simbolicamente di correre tagliando il traguardo con la maglia dell’oppressore. Il 17 settembre del 1988, 52 anni e 39 giorni dopo, Sohn entra nello stadio Olimpico dalla porta di maratona, ha una divisa bianca come quella di allora, stavolta non c’è il sole rosso ma il simbolo di quell’Olimpiade coreana. Regge la torcia olimpica, formalmente è uno degli ultimi tedofori e non ci sono occhi che per lui. Procede al massimo che può, continuando idealmente la corsa di Berlino. Ha 86 anni ma corre e saltella agitando quella torcia come se fosse un ragazzo di 24, quel ragazzo che a Berlino correva con la maglia sbagliata.

Il pubblico è in piedi, non ci sono occhi che per lui. Percorre poco più di cento metri prima di cedere la torcia. Lo inquadrano, negli occhi ci sono lacrime in fiore molto diverse da quelle di allora, il sorriso è infinito. Trattiene il pianto, lo lascia per dopo, quando arriva a casa e riguarda in tv quella scena. A chi lo chiama al telefono non fa che ripetere: «Ora posso morire senza rimpianti».

Non può averne chi sa distogliere lo sguardo per non incrociare l’imbarazzo di un trionfo con la maglia sbagliata. Non può averne chi sa attendere 19.032 giorni per completare la corsa che è un conto con la storia.

Sohn se ne va a 90 anni, nel 2002, portando con sé quell’orgoglio che vale più di una medaglia d’oro, di un elmo antico o di qualsiasi altro premio. È l’orgoglio di chi fa vincere i valori ancor prima dei colori, dei colori sbagliati sulla maglia. È l’orgoglio di chi quelli veri li porta nel cuore. —

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