Italia
C’era una volta l’Italia dell’1 sulla schedina: addio fattore campo, è record di vittorie esterne
La stagione dei primati: fischiati quasi cinque rigori per ogni giornata, non succedeva da 60 anni. È l’effetto del Var
Fattore campo è un termine che abbiamo inventato noi italiani. Perchè, nella storia recente del calcio, nessun campionato europeo ha avuto un’incidenza così alta di vittorie interne. La definizione, presa da Wikipedia, chiarisce tante cose: «Nello sport, il fattore campo è il vantaggio di cui gode una squadra che gioca nel proprio stadio. Sebbene si osservi statisticamente che tale vantaggio esiste in molti sport, le sue cause non sono del tutto chiarite: possibili ragioni sono la familiarità col terreno del gioco della squadra di casa, la fatica del viaggio della squadra ospite e l'effetto del tifo, in particolare sul giudizio dell'arbitro».
Nessuno come i tifosi italiani ha saputo indirizzare le vicende del campo con la pressione ambientale, con i canti, con il ruggito che scende dalle tribune, con i fischi e le grida di giubilo.
San Siro, sempre pieno negli ultimi anni, è l’esempio più recente, ma anche le tribune spioventi, quasi muraglie semoventi dello Juventus Stadium hanno contribuito, eccome, alle fortune della Juventus. E che dire degli impianti di provincia che hanno riempito la letteratura dell’italico pallone: la “dura legge del Partenio” di Avellino, il “clamoroso al Cibali” di Catania, il sottofondo assordante della Favorita di Palermo, la bolgia del Del Duca di Ascoli: negli anni Sessanta e Settanta, vincere in provincia anche per le grandi non era esercizio semplice, per il valore delle rivali ma soprattutto per le condizioni ambientali spesso al limite.
L’Italia, dunque, è stata per decenni la culla del settore campo. E del segno 1 in schedina, con il quale si rischiava poco, si vinceva quasi nulla ma si avevano tante, tantissime probabilità di avvicinarsi all’area magica del dodici e del tredici. Un dato basti per tutti: nella storia del massimo campionato la percentuale di vittorie interne si è aggirata sempre sul 65%, contro il 60% di Inghilterra e Spagna. I sacchiani, al tempo della rivoluzione copernicana ispirata dal maghetto di Fusignano, pensavano che la difficoltà di vincere fuori casa fosse il segno della nostra mentalità conservativa, e forse un fondo di verità c’era. Ma poi, anno dopo anno, gli schemi si sono fatti sempre più arditi e la mentalità è cambiata: tutti, oggi, vanno in trasferta per giocarsela.
Quella che stiamo vivendo è la stagione del record: mai, dopo 29 giornate, erano arrivate così tante vittorie fuori casa. 107, su 280 partite, tantissime. In altri termini, 386 punti totalizzati dalle formazioni in viaggio, contro i 379 di tre stagioni fa. Una mano, in questo sensol, l’ha data la ripartenza a porte chiuse della nostra serie A: in quel silenzio irreale, senza l’alito della gente sul campo, la pressione per chi gioca in trasferta è pari a zero: più facile, quindi, giocarsela sul piano tecnico, faccia a faccia, senza timori o tremori.
Fanno effetto anche le statistiche relative ai calci di rigore. Nicchi e Rizzoli sono stati chiari: tolleranza zero in area sui contatti e soprattutto sui falli di mano. Un giro di vite che sta portando a un numero abnorme di calci di rigore: nella stagione ne sono stati decretati 142, una media di quasi cinque a giornata, uno ogni due partite. L’introduzione del Var è come un evidenziatore su aspetti (trattenute) che prima non venivano notate. Ma in Italia si fischia tanto e si tollera di meno rispetto alla media europea.
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