La manifestazione
Vera Caslavska e quella testa china sul podio contro i carri armati sovietici
Olimpiadi 1968: un gesto pagato a caro prezzo al ritorno in patria
No, quella bandiera no. No, quella bandiera non vuole guardarla, così drammaticamente affiancata alla propria. Pazienza per quella medaglia d’oro e quel gradino alto del podio da condividere con un’altra ginnasta che era stata battuta ma che hanno trovato il modo di far salire fin lì. Pazienza per quegli strani magheggi della giuria. No, non è neanche lo scippo sportivo a bruciare. Oggi brucia quell’inno che segue il proprio e accompagna le due bandiere che salgono sul pennone più alto.
Oggi, 25 ottobre 1968, all’Auditorio Nacional di Città del Messico, teatro della ginnastica artistica alla diciannovesima Olimpiade dell’era moderna, va in scena la premiazione del concorso individuale al corpo libero e su quel pennone salgono insieme due bandiere che con la libertà niente hanno a che vedere: da una parte quella di un Paese oppresso, dall’altra quella degli invasori.
Lei, Vera Caslavska, cecoslovacca dissidente, ha alla sua sinistra la sovietica Larisa Petrik, incolpevole simbolo di qualcosa di peggio di un primo posto scippato, sia pure con il pudore di salvare almeno il “pari merito”. Vera guarda sempre dritto e alla prima nota dell’altro inno gira platealmente la testa dall’altra parte e volge l’attenzione al pavimento.
La ribellione passa da uno sguardo fiero e da un cuore in tumulto. Quella bandiera è la stessa verniciata sui carri armati che sono sbucati in mezzo alle strade della sua Praga, poco più di due mesi prima. E quei carri armati sono ancora lì e ci resteranno a lungo, a tenere sotto tiro quelli che non vogliono quella dittatura mascherata da socialismo.
SCHIACCIATI FRA DUE BLOCCHI
Vera ha vinto tantissimo, è bella e famosa, non ha bisogno di mettersi in mostra. Ma è l’unico modo per richiamare l’attenzione del mondo sulla tragedia di un popolo che non è certo sconosciuta. Ma siamo in tempi di guerra fredda e nessuno può permettersi di scatenarne una reale per dare una mano a questo Paese, che in realtà sono due tenuti insieme dal lontano 1918, alla fine della prima guerra mondiale, per liberarsi dagli storici dominatori, gli austriachi per i cechi, gli ungheresi per gli slovacchi. Insieme sono finiti nell’area di influenza sovietica dopo l’altra guerra mondiale e insieme stanno subendo un’occupazione militare fatta scattare per soffocare i tentativi di instaurare quello che viene definito «un socialismo dal volto umano». È la cosiddetta “Primavera di Praga”: comincia sempre nel ’68, il 5 gennaio, quando il riformista Alexander Dubcek diventa segretario del Partito comunista e cerca di imporre una svolta verso la democrazia, partendo dalle libertà di espressione, dal decentramento dei poteri, fino a un progetto di scissione fra i due Stati, che poi avverrà in pieno accordo solo dopo il crollo del Muro di Berlino.
In questo periodo sono gli intellettuali e gli sportivi, e fra questi anche Vera Caslavska, a fornire il maggiore appoggio, sottoscrivendo “il manifesto delle duemila parole” in appoggio a Dubcek. La portata della protesta convince il segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica, Leonid Breznev, a ordinare l’invasione da parte delle truppe del Patto di Varsavia, il contraltare di ciò che al di qua della Cortina di Ferro è rappresentato dall’Alleanza Atlantica. Su quei carri armati ci sono i soldati di tutti i Paesi del blocco, a parte la Romania. Nella notte fra il 20 e il 21 agosto, 600 mila militari e 7.000 cingolati invadono il Paese.
DISSIDENTI NEI GUAI
Dubcek è agli arresti a Mosca, viene costretto a negoziare una mezza marcia indietro e torna al suo posto “depotenziato”, prima di essere destituito l’anno successivo e mandato in Turchia a fare l’ambasciatore. Per i dissidenti è l’inizio della fine. Anche per Vera, che ha già vinto sette medaglie d’oro e quattro d’argento nelle Olimpiadi precedenti, imbattuta nel concorso individuale, con quella bellezza che le fa insidiare la fama di grandi attrici e cantanti.
Per lei e per quelli come lei, i carri armati segnano l’inizio di un periodo drammatico. Un altro grande atleta, Emil Zatopek, quattro ori e un argento nelle gare di fondo alle Olimpiadi del 1948 e del 1952, viene spedito in una miniera di uranio. Vera viene “solo” allontanata dal resto della squadra e, temendo l’arresto, va a rifugiarsi da un amico sulle montagne della Moravia. Si allena sollevando sacchi di patate al posto dei bilancieri con i pesi, utilizzando i rami degli alberi per i volteggi, spalando carbone per farsi venire i calli alle mani, necessari per una buona presa agli attrezzi. Le sue rivali sovietiche sono da tempo a Città del Messico e possono meglio adattarsi all’altura. Il via libera per Vera arriva in extremis, perché a Mosca si rendono conto che la notorietà dell’atleta impedisce un’azione repressiva senza che questa non si trasformi in un boomerang, nel resto del mondo ma soprattutto in Cecoslovacchia, ora che c’è da far digerire questo brusco dietrofront nel percorso verso la democrazia.
LE OLIMPIADI DELLA TENSIONE
Vera arriva in Messico senza essersi mai allenata in palestra, senza poter smaltire il passaggio all’area rarefatta dei 2.250 metri della capitale. Peraltro quelle messicane sono le prime Olimpiadi che si svolgono in un clima di grande tensione. Il 1968 è un anno simbolico: non c’è solo la “Primavera di Praga”, negli Usa è un anno segnato dalle mobilitazioni di massa, dagli omicidi di Martin Luther King (simbolo della lotta per i diritti civili degli afroamericani) e Robert Kennedy (lanciato verso la Casa Bianca) e dalla protesta per le truppe spedite nel Vietnam. Anche in Messico le turbolenze non sono da poco: il 2 ottobre, dieci giorni prima della cerimonia inaugurale, una pacifica manifestazione studentesca diventa carneficina.
Per Vera è il periodo peggiore dei suoi 26 anni. Ma riesce a isolarsi, a concentrarsi sulle competizioni. E stupisce tutti: oro nel concorso individuale, al volteggio, alle parallele. Alla trave il primo imbroglio delle giurie, l’Unione Sovietica che ha pesanti influenze, riesce a farle perdere la medaglia pregiata in favore di Natalia Kuchinskaya. Ma il peggio accade nel corpo libero. Non ci sarebbe gara, Vera è di gran lunga la migliore ma in extremis la giuria ritocca i voti delle eliminatorie permettendo alla seconda classificata, la sovietica Larisa Petrik, di ottenere lo stesso punteggio. A quel punto ci sono da assegnare due medaglie d’oro e una di bronzo, che andrà a un’altra sovietica, Natalia Kucinskaja.
Arriva la premiazione e il gesto di Vera non è subito così dirompente come quello di nove giorni prima, il doppio pugno guantato di nero di Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri. Ma le conseguenze per lei saranno pesanti, come quelle che dovranno subire i due americani e l’altro di quel podio, l’australiano Peter Norman.
«Rimasi isolata per tre settimane continuando ad allenarmi – raccontò nel 1990 al Los Angeles Times – ma andai in Messico determinata a sputare sangue per battere chi rappresentava gli invasori». Prima di rientrare in patria Vera si sposa a Città del Messico con Josef Odiozil, mezzofondista, vincitore dell’argento nei 1.500 a Tokyo. Dopo il viaggio di nozze in Italia, a Capri, torna e scopre l’inferno. Viene messa sotto accusa per «influenze scorrette», viene bandita da ogni competizione e le viene impedito di diventare allenatrice. Per sopravvivere, per cinque anni è costretta a umilianti lavori di pulizie nelle case, fino a quando ottiene un ruolo, ma solo di consulente. Nel frattempo erano state decine e decine le richieste di rinnegare la firma sotto “il manifesto delle duemila parole”soprattutto da parte di emissari del nuovo presidente Gustav Husák.
COSTRETTA A FARE LE PULIZIE
Questo mentre nel Paese le proteste pacifiche sono all’ordine del giorno, simboleggiate dalla più famosa, quella del 19 gennaio 1969 dello studente Jan Palach che si dà fuoco davanti a tutti nella centralissima piazza San Venceslao. Al suo funerale ci sono seicentomila persone ma l’occupazione sovietica va avanti.
Per Vera è sempre più dura. Si separa dal marito dopo aver avuto due figli. Il marito muore per le conseguenze una spinta durante una lite con uno dei ragazzi.
Dopo il crollo del Muro di Berlino e del blocco sovietico, ritrova un ruolo nella vita politica come presidente del Comitato olimpico cecoslovacco prima e ceco dopo, come membro del Comitato olimpico internazionale e consigliera del presidente della Repubblica Václav Havel.
Vera muore nel 2016, a 74 anni, per un tumore al pancreas contro cui lotta da tempo. Negli ultimi anni si schiera contro la xenofobia e a favore della protezione dei profughi. Insomma, una vita spesa per gli altri. Quando le chiedono perché non abbia mai rinnegato la sua contestazione risponde: «Se avessi rinnegato quel manifesto e quella speranza, la gente che credeva nella libertà avrebbe perso fiducia e coraggio. Volevo che conservassero almeno la speranza».
Lo sguardo della protesta su quel podio resta vivo anche oggi. Ed è lo sguardo fiero di chi, al momento giusto, si è voltato dall’altra parte. Dalla parte dei giusti.
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