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Il calcio e il derby Camarille–Azzeccagarbugli

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No, non ne usciremo migliori. E questo lo sapevamo già. Ma l’eterno derby Camarille-Azzeccagarbugli dell’Italico Pallone potrebbe addirittura condurci oltre il fondo del pozzo della vergogna. Le operazioni di scavo, purtroppo, non si sono mai fermate neanche durante l’emergenza coronavirus.

Da una parte la Federcalcio e il suo presidente Gabriele Gravina e con lui il calcio dei “poveri”, dall’altra i ricchi (o presunti tali) impegnati in un disgustoso Festival delle convenienze riassumibile nello schema «se mi conviene voglio giocare»-«se non mi conviene voglio chiuderla qui».

Per capire meglio gli ultimi atti di questa commedia triste bisogna riportare il nastro indietro di tre mesi. A marzo l’emergenza era un’altra: quella di non fermare la giostra del gol per alimentare la gigantesca catena di Sant’Antonio dei soldi in movimento, in modo da non far posare sul fondo del pozzo i quattro miliardi e passa di debiti accumulati. Erano già i giorni delle sfide a porte chiuse, quelli in cui si tentava di vendere i biglietti di Juve-Inter di campionato o Juve-Milan di Coppa.

Un delirio, finito d’imperio per l’intervento del governo: il 9 marzo, con il Paese già bloccato, a Reggio Emilia si è giocata l’ultima assurda sfida tra Sassuolo e Brescia e poi tutti a casa, con la scoperta dei tanti casi di contagio fra giocatori, allenatori e dipendenti delle società. Così si è cominciato a fare i conti, a mescolare i 300 milioni di debiti aggiuntivi in caso di mancato completamento della stagione con quelli pregressi. Per bussare a denari mentre il Paese era alle prese con problemi più grandi: lutti e disoccupazione, paura e disperazione. Da una parte quelli come Claudio Lotito, pronto a far allenare i suoi anche contro le regole e a chiedere di giocarsi lo scudetto in una partita secca con la Juventus. Pronto a prendersi gli sfottò di Andrea Agnelli: «Ah, ora sei pure virologo», pronto ad ammiccare sull’esito di Juve-Inter. Dall’altra quelli come Urbano Cairo, presidente del Torino ed editore di Rcs, capace di schierare i suoi giornali in una sorta di tiro al piccione contro Lotito e, soprattutto, a portarsi dietro altri presidenti con timori di finire in Serie B, dando vita a una Crociata della disperazione per bloccare le retrocessioni.

Lunedì il presidente Gravina ha dato «uno schiaffo alla Serie A» (la definizione è dell’interista Beppe Marotta): se non si potranno giocare tutte le partite ci saranno play-off e play-out o un algoritmo per compensare i risultati mancanti. E così si sceglieranno le qualificate per le coppe e le retrocesse. Solo lo scudetto non sarebbe assegnato, come nel calcio femminile, sacrificato nel nome di una vergognosa disparità di genere.

Gravina ha avuto coraggio, rischia di pagarla al prossimo rinnovo delle cariche federali e Cairo glielo ha mandato a dire attraverso i suoi giornali. A questo punto dovremmo solo sperare che la Lega calcio esca da questo clima delirante. Ma non ci sono speranze: i Lotiti e i Cairi sanno bene che non potranno avere il consueto sostegno basato sulla passione popolare, sugli ultrà a mo’ di ariete nelle Crociate alla Marchese del Grillo. A loro, in fondo, serve solo annusare l’odore dei soldi. Come prima, peggio di prima. —

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