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Quell’oro contro l’odio: Cathy Freeman, il trionfo e le due bandiere in segno di pace dopo l’era delle persecuzioni

Cathy Freeman accende il tripode olimpico di Sydney 2000 puntando la torcia contro l’acqua, mentre sta per tagliare il traguardo dei 400, la festa in pista e sul podio con la medaglia
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Cathy Freeman accende il tripode olimpico di Sydney 2000 puntando la torcia contro l’acqua, mentre sta per tagliare il traguardo dei 400, la festa in pista e sul podio con la medaglia

Lo sport e le battaglie per i diritti umani: una medaglia per il riscatto degli aborigeni. A Sidney 2000 l'Australia fa i conti con la storia in un giro di campo

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La mente corre a dieci giorni e un’ora prima, poche decine di metri più in là. A quando le consegnano una torcia olimpica per dirle che adesso basta, non deve più considerarsi estranea a casa propria. Dieci giorni e un’ora prima di mettersi a volare sulla pista verso il trionfo sui “suoi” 400 metri, prende quella torcia per accendere il fuoco nell’acqua. Sì, il fuoco olimpico in un braciere che sembra impossibile da accendere. Nel grande stadio di Sydney si stanno per dichiarare aperti i Giochi della 27esima Olimpiade dell’era moderna. E le cose che sembrano impossibili pronte a diventare reali non si fermano a quella torcia magica. Là in mezzo Cathy sembra così piccola, circondata come è da quell’acqua che a un certo punto comincia a luccicare accendendo la notte e i cuori di 110 mila persone che sono lì per le Olimpiadi di Sydney del 2000 e di quasi quattro miliardi di donne e uomini che guardano quella meraviglia nel televisore. Quelli come Cathy, invece, sono lì per cominciare a smettere di essere perseguitati. Hanno scelto lei, aborigena, una che discende da chi c’era prima degli invasori ed è stato discriminato, massacrato, umiliato. Hanno scelto lei come ultima tedofora, per accendere quel fuoco che è anche speranza di pacificazione.

LA VITTORIA DI TUTTI

Adesso, dieci giorni dopo aver puntato quella torcia nel cuore della storia, può fare ancora di più. Ecco, ora Cathy – che di cognome fa Freeman, che in italiano vuol dire “uomo libero” – si sente davvero a casa, non c’è un posto vuoto sugli spalti. I 110 mila sono diventati 112.524 e sono lì per considerarla una di loro: è un lunedì e sono le 20,10, è il 25 settembre del 2000 e c’è un altro appuntamento con la storia.

Le telecamere mandano le immagini in Mondovisione e sui maxischermi allo stadio. Scorrono i volti e i nomi delle otto arrivate in finale nei 400 metri, un giro di pista. Dalla prima alla quinta corsia sbucano nel silenzio sguardi tesi, labiali speranzosi e sorrisi tirati. Poi la telecamera si sofferma sulla corsia numero sei e lo stadio esplode in un boato. C’è lei, Cathy Freeman, terza volta in un’Olimpiade dopo Barcellona 1992 e Atlanta 1996, quando porta a casa una medaglia d’argento.

Il boato non si ferma, accompagna la telecamera che prosegue frettolosamente sulle avversarie in settima e ottava corsia. Si placa solo quando lo starter chiede il silenzio per poter dare il via e riesplode al colpo di pistola, con le lunghe gambe di Cathy che si mettono in moto dentro una tuta spaziale, un unico pezzo che avvolge gambe e corpo e termina in un cappuccio aerodinamico. Dopo la prima curva è avanti, all’uscita sul rettilineo, quando mancano cento metri per un attimo le 112 mila voci rallentano, vedono Cathy in difficoltà. Ma è solo un lampo: la corsa verso il trionfo riprende subito e con lei quell’onda sonora che sembra darle una spinta in più. Così, 49 secondi e 11 centesimi dopo il via, è il trionfo: l’onda, il boato cresce fino a quando inquadrano il volto ancora senza espressioni di Cathy. Si siede, toglie il cappuccio e si lascia andare a un sorriso che si scioglie nel pianto. Arriva Donna Fraser, quarta al traguardo, con la maglia della Gran Bretagna, quella dei primi colonizzatori. Si china per una carezza e una stretta di mano di immenso valore simbolico che precede un altro gesto, quello della cerniera della tuta che si abbassa per tirar fuori due bandiere, quella australiana e un’altra che ufficialmente non esiste, quella aborigena. Le sventola insieme: non è la prima volta, perché da sempre manda segnali di pace, lei che ha conosciuto odio e ingiustizia.

I SUOI TRAUMI DA PICCOLA

Lei che aveva visto suo nonno, un rugbista grande e grosso, piangere per aver dovuto rinunciare a una trasferta in Inghilterra, perché agli aborigeni non era concesso il passaporto. Lei che racconta a tutti che quando entrava in un posto nuovo era impaurita: «Perché sentivamo che essendo neri non avevamo il diritto di trovarci lì». Lei, che, quando aveva 12 anni, la prima volta che vinse una gara si presentò davanti al podio per prendere la medaglia e si sentì dire: «No, tu no, tu non puoi». E piangendo vide la premiazione di quelle che erano arrivate dopo.

Lei che potrebbe odiare quel paese che l’ha spinta ai margini, non fa mai nulla per scavare altri solchi. La prima volta che vince per l’Australia ha 16 anni e sono i Giochi del Commonwealth, quelli dei Paesi che hanno fatto parte dell’Impero britannico. È il 1990, siamo in Canada, a Edmonton. Ed è lì che sventola la bandiera blu con le stelle bianche e l’Union Jack e anche il vessillo aborigeno: due strisce rosse e nere e un sole giallo al centro. Sarebbe vietato ma nessuno dice niente, anche ad Atlanta, quando festeggia l’argento.

DUE BANDIERE SOTTO LA TUTA

E adesso in questa bolgia figuriamoci se qualcuno si azzarda a farle togliere quelle bandiere. «L’ho detto tante volte che quando vinco faccio sentire la mia gente orgogliosa di essere australiana. Io sono aborigena, sono una di loro e tutte le volte che sono premiata dovrebbe essere un esempio per gli aborigeni che pensano di non aver nessun posto nella società. E, ancora più importante, sono australiana e vorrei rendere tutti gli australiani orgogliosi di esserlo».

Parole di pace mentre il commentatore della tv australiana grida al microfono: «Tutti amiamo Cathy». Il delirio collettivo va avanti fino alla premiazione. Quelli di Cathy sono occhi che luccicano e sorridono, quelli di chi sta per farsi mettere al collo una medaglia olimpica che vale ben più dell’oro. Solo chi è nato da estraneo in casa propria può guardare quelle lacrime e sentirle come se fossero le sue. Quelle della piccola grande Cathy sono lacrime di libertà, lacrime di una medaglia d’oro olimpica diversa da quasi tutte le altre: è un trofeo da alzare per cambiare quel mondo che è ostile a tutti quelli come lei, a chi è diverso senza esserlo. Come Jesse Owens a Berlino nel 1936, come Cassius Clay non ancora Muhammad Ali a Roma nel 1960. Come tutti quelli che entrano in scena da atleti e ne escono da leggende.

Quel giro di pista dà uno slancio infinito a una pacificazione che di fatto ancora non c’è. Il Parlamento australiano farà il primo passo quasi otto anni dopo. È il 13 febbraio 2008 quando il premier laburista Kevin Rudd chiede ufficialmente perdono agli aborigeni: «Oggi rendiamo omaggio ai popoli indigeni di questa terra, custodi delle più antiche culture viventi della storia dell’umanità. Riflettiamo sui maltrattamenti che hanno subito nel passato. Pensiamo in particolare alle sofferenze inflitte alle generazioni rubate, oscuro capitolo della storia della nostra nazione...».

UN GENOCIDIO TACIUTO

Quelle e quelli come Cathy, nata nel 1973, sono cresciuti credendo di essere cittadini di serie B. Quelli come loro una volta erano quasi due milioni, poi sono stati decimati da chi è arrivato da lontano e con la prepotenza si è preso una terra che non gli apparteneva. Con la prepotenza e lo scudo di leggi applicate in modo artificioso. Quando nel 1788 la Gran Bretagna fonda la prima colonia, basa tutto sulla dottrina giuridica della “terra nullius”, terra di nessuno che proprio di nessuno non era. E così va avanti, con deportazioni e stermini, fino quasi a ridurre gli aborigeni sull’orlo dell’estinzione, in sostanza all’emarginazione, favorita anche dalla diffusione di virus e batteri sconosciuti per quelle popolazioni.

Negli anni fra il 1930 e il 1970 avverrà anche di peggio, con l’orrore delle “generazioni rubate”, mezzo milione di bambini indigeni portati via ai genitori per farli crescere in famiglie di bianchi e strapparli alla propria identità culturale. Questi bambini diventano anche oggetto di esperimenti scientifici, con il virus della lebbra iniettato a scopo sperimentale. Cavie umane nel disprezzo dell’umanità. È il mondo degli autoproclamati Giusti che affonda radici velenose nell’inferno della crudeltà.

La nonna di Cathy è una bambina della “generazione rubata”, strappata alla famiglia per essere cresciuta fra i bianchi. Solo nel 1963, lei e quelli come lei, conquistano il diritto di voto. Oggi gli aborigeni sono quasi 700 mila dopo aver toccato la quota minima di 80 mila ma sono pur sempre meno del 4 per cento della popolazione totale. Un passo in avanti, anche se molti ritengono di essere stati messi in vetrina e poi traditi. Le condizioni di vita nelle comunità aborigene registrano livelli preoccupanti di violenza, abusi, patologie e psicosi. Il tasso di criminalità degli indigeni adulti è ancora preoccupante e legato a condizioni di vita spesso inaccettabili. E anche la carcerazione dei minori è di 24 volte superiore a quella dei coetanei non indigeni.

Cathy contribuisce a far emergere tutto questo. Continuerà a gareggiare fino al 2003 ma senza grandi slanci. La sua ultima vera gara è quella delle due bandiere, quella del “Tutti amiamo Cathy”. Dopo continua a impegnarsi per la causa: «Un sacco di miei amici hanno il talento, ma la mancanza di mezzi e di opportunità non li mette in condizione di esprimersi. Io ho fatto capire come si fa».

Sì, con quell’oro contro l’odio, con quel messaggio d’amore: due bandiere per ripartire guardando avanti. Come all’inizio del rettilineo quando tutto sembra perduto. Come quella volta in cui vede premiare quelle che ha battuto solo perché sono bianche. Come quando accende il fuoco puntando una torcia contro l’acqua. Come quando rende possibile l’impossibile e guarda avanti senza dimenticare. Il perdono non è giustificazione, è un gesto di pace. È una medaglia d’oro su un cuore d’oro. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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