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È del 30-35 per cento la differenza di costo fra l'A1 e l'A2

elisa pacini
Coach Carrea durante un intervallo in un match
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Coach Carrea durante un intervallo in un match

I giocatori non sarebbero più tesserati come professionisti e il numero di stranieri sarebbe ridotto a sole due possibilità. Pistoia ci sta pensando

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PISTOIA. Davanti ad un bivio. Di quelli che, se sbagli strada, rischi di non arrivare a destinazione. La situazione in casa Pistoia Basket è questa, assai delicata, inutile girarci intorno, per il presente e per il futuro del club. La società del presidente Capecchi deve decidere se continuare l'avventura in A1, come da diritto acquisito e avvallato dalla classifica “sicura” della squadra di Carrea al momento della sospensione del campionato, nonostante una situazione economica tutta da definire o “arrendersi” ponderatamente all'autoretrocessione in A2. Facendo di fatto un (bel) passo indietro, per riprogrammare il futuro senza troppi punti interrogativi, da una categoria inferiore. Una decisione che, senza forse, è quella più difficile da prendere nell'era del nuovo club rinato sulle ceneri dell'Olimpia. Una decisione in cui tutto gira intorno agli sponsor, al budget, insomma intorno ai soldi. Già ma a quanti soldi? Abbiamo provato a capirlo, facendo qualche calcolo.

Analisi costi/benefici. E' davvero così importante la differenza della base economica di partenza per disputare (in maniera dignitosa) l'A1 o l'A2? Che a livello di immagine da far “digerire” a piazza e sponsor, cambia e non di poco lo scenario? Anche senza conoscere le cifre in ballo nelle stanze dei bottoni di via Fermi, la differenza di spesa indubbiamente c'è. Provando a fare i conti della serva, possiamo dire che le spese scendendo uno scalino vengono limate tra il 30% e il 35%. Ipotizzando, come dicevamo, un campionato “medio” e non un progetto finalizzato dichiaratamente a stare al vertice della A2. La differenza è soprattutto nell'aspetto fiscale legato al costo dei tesserati che, in A1 sono professionisti, e in A2 sono dilettanti. Il che vuol dire che- a parità di ingaggio netto- per il club un giocatore in A1 costa un 30% in più rispetto all'A2. Dove gli stranieri (che hanno un costo di gestione superiore visti gli spostamenti) sono 2, a fronte dei 5 o 6 del piano di sopra. Tenendo conto poi che gli italiani “da quintetto”, ovvero i pilastri attorno cui far girare la squadra, hanno ingaggi importanti in entrambe le categorie. Come dimostra il fatto che molti giocatori italiani scelgono la A2 invece che l'A1, sia per questioni di minutaggio ma anche d'ingaggio soprattutto nelle squadre che puntano alla promozione. Diversi ma meno incisivi sulle casse societarie i costi di iscrizione (15 mila euro alla A1, 10 mila alla A2) e dei tesseramenti, piuttosto importanti in entrambi i casi visto che per ogni “regolarizzazione” le società pagano di botto 12.500 euro circa in A1 e 9.000 in A2. Sostanziale invece la differenza dell'importo della fideiussione richiesta: 250.000 euro nella massima serie, 100 mila al piano di sotto.

Ricavi incerti? Se i costi diminuiscono concretamente in maniera sostanziale, più difficile quantificare il calo dei ricavi. Di sicuro sparirebbero pure le briciole dei diritti tv (che nell'ultimo triennio affidato al binomio Eurosport- Rai sono valsi intorno ai 100 mila euro annui) che sono vicini allo zero in A2, dove pur la visibilità è tutta da costruire. Scordiamoci infatti l'A2 come Pistoia l'ha lasciata nel 2013, con una gara a settimana e gran parte dei playoff in chiaro. Nell'ultima stagione l'A2 a due gironi (entrambi spalmati dalle Alpi alla Sicilia quindi in quanto a spostamenti, la differenza con l'A1 non c'è), era visibile su una piattaforma web a pagamento con una sola diretta in chiaro su Sportitalia alle 12 della domenica. Ma se la visibilità è minore, l'incognita vera di una categoria inferiore scelta con un'autoretrocessione, sarebbe la sua ricaduta su piazza e sponsor. Dando per scontato il seguito dello zoccolo duro di tifosi (naturalmente con un progetto serio davanti), meno scontata è l'attrazione verso gli altri e verso gli sponsor di fronte ad una categoria inferiore.

D-day per la propoga. Su queste basi Pistoia deve decidere cosa fare e in un tempo sempre più esiguo. Perché proprio ieri, come riportato nell’altro articolo in questa pagina, il consiglio federale ha deciso di non concedere alcuna proroga al termine ultimo del 15 giugno per riposizionarsi in A2.

La dirigenza biancorossa quindi , così come tutte quelle della latre società di serie A che si trovano in brutte acque, devono decidere molto velocemente sul da farsi.

C’è una sola settimana per pensare, valutare, organizzare e decidere se si vuole mantenere il sogno della massima serie oppure ricominciare dalla A2. —

elisa pacini

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