Attenzione
«Telecronache difficili senza il pubblico Dovremo essere bravi a trasmettere brividi»
Antonio Nucera, una delle storiche voci del calcio di Sky «Non dobbiamo aggiungere stress ai nostri appassionati»
FABRIZIO PUCCI
Pochi giorni e sarà di nuovo calcio giocato. Sotto vuoto. A porte chiuse. Tutti fuori. Il deserto degli spalti che derubrica i tifosi al ruolo di telespettatori. Per molti, senza pubblico, non è vero calcio perché l’assenza ne mina l’essenza. Per alcuni è un modo diverso di viverlo. Per altri di raccontarlo. In presa diretta. Come sempre. O forse come mai accaduto prima. Il cambiamento è epocale. Anche per i telecronisti che ci accompagneranno in questa estate di partite senza effetti sonori, ma riempite dall’eco del vociare del calciatori. Antonio Nucera è una delle voci storiche di Sky fin da quando la piattaforma si chiamava Telepiù, nel 1994. In tanti anni di carriera ha già commentato partite ‘vuote’: “La prima fu nel 2007. Campo neutro di Rimini: Catania-Reggina 1-4. Erano le settimane successive all’omicidio dell’ispettore Raciti. L’ultima Sampdoria-Verona dell’8 marzo. Sì, è un altro calcio”. Quali sono state le sue prime sensazioni in quei casi? “Fin dalla ricognizione delle squadre sul campo, un’ora prima dell’inizio della partita, si capiva che il clima era asettico, ovattato: sembrava il prologo di un allenamento ufficiale. Non di una sfida di campionato”. Cambia il calcio e cambia anche il vostro lavoro? “Certo. Il telecronista deve lavorare come se lo stadio fosse pieno. Se si fa condizionare dall’atmosfera surreale e abbassa il tasso di coinvolgimento emotivo – che viene innalzato dalla presenza delle tifoserie – rischia di rendere piatta e scialba la partita”. Coefficiente di difficoltà di questo tipo di telecronaca? “Molto alto. Senza la partecipazione dello stadio, chi commenta deve avere la capacità di leggere da solo la partita e di valutare se sta assistendo a uno spettacolo di alto profilo o meno. In novanta minuti una gara si accende e si spegne più volte. Spesso sono gli umori del pubblico a guidarci. Senza questo ‘supporto’ i telecronisti alle prime armi possono andare in difficoltà”. Avverte la ‘funzione sociale’ del suo lavoro? “Certo. In questi tre mesi è cambiato tutto: il modo di vivere e il modo di fare e raccontare calcio. E diverso è anche ciò che si aspetta il telespettatore da noi. Noi telecronisti dobbiamo stare molto attenti. La gente proviene da un lungo periodo di stress e non possiamo aggiungerne altro. Il telespettatore richiede solo di godersi in santa pace una partita di calcio. Dovremo entrare in sintonia con chi segue le partite da casa e che è più sensibile. Le nostre telecronache dovranno essere più divertenti e meno critiche”. L’idea di ricominciare a lavorare sul campo che effetto le fa? “Sono felice. L’Italia si è uniformata all’Europa, eccezion fatta per la Francia che forse in modo affrettato ha chiuso il campionato in anticipo. Quanto al nostro lavoro, gli ascolti delle partite di Bundesliga sono più che soddisfacenti e ci aspettiamo un’impennata per il nostro campionato. Su tutto gravano un paio di incognite: la prima riguarda la tenuta dei calciatori che, con un calendario così ingolfato, rischiano di rompersi. L’altra è di ordine sanitario: si sa quando si parte, ma non se si finisce anche se io sono fiducioso. Ci abitueremo temporaneamente a sentire il vociare dei giocatori, gli arbitri che parlano con gli addetti al Var e agli spalti vuoti. Intanto però si riparte e ci avviciniamo a una parvenza di normalità”.
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