Sicurezza
Se il rally lo vince lei: storie di donne contro i pregiudizi
Quando Michèle Mouton trionfò a Sanremo e tutti i big si misero in fila per congratularsi. Era il 1981 e l’anno dopo altri tre primi posti per sfiorare il Mondiale
E poi arriva il giorno in cui Lei è lì, più in alto di tutti, seduta sul tettuccio di un’auto ancora calda di controsterzi e derapate, con una magnum di spumante in una mano e un mazzo di fiori nell’altra. Ed è il giorno in cui l’impossibile si è appena dissolto in fondo a una curva e loro là sotto, tanti Lui con la faccia spenta, si devono arrendere alla storia. La storia della prima donna che batte gli uomini in una gara del Mondiale rally.
Siamo a Sanremo ed è il 10 ottobre del 1981. Lei, quella con la magnum, si chiama Michèle Mouton, ha 30 anni, e accanto ha un’altra Lei, la navigatrice, Fabrizia Pons, torinese 26enne. Hanno appena scritto un capitolo fra i più belli nel grande romanzo dello sport e in quello dell’emancipazione femminile.
Non sono molte le discipline dove donne e uomini gareggiano insieme: la vela, l’equitazione e i motori. Solo che questa è un’epoca in cui al genere femminile si fa fatica ad associare qualcosa che si avvicini a una parità di genere. E poi ci sono quelle auto difficili da guidare, di fatto come cavalli imbizzarriti in un rodeo. Chi può mai pensare che una donna possa primeggiare? Sì, è vero, ha l’auto migliore: una Audi Quattro, trazione integrale e tanta potenza, ma ce l’hanno anche altri che comunque non sono mai riusciti a vincere con quella vettura. E adesso anche i compagni di marca sfilano con i battuti, grandi nomi come Henri Toivonen, Hannu Mikkola, Miki Biasion, Dario Cerrato, Markku Alen, Walter Rohl, Attilio Bettega, Adartico Vudafieri, Gianfranco Cunico.
In fondo alla fila c’è Ari Vatanen. In Grecia, poco tempo prima, si era avvicinato a questa francese irrispettosa per dirle: «Ti rendo omaggio ma non mi hai battuto. Il giorno in cui lo farai, smetterò di correre». Ora sorride e la abbraccia: «Brava, mi hai battuto ma vedi che sono ancora qui». Un ripensamento? «No – dirà Michèle – fino alla Grecia mi considerava una donna, dopo Sanremo un pilota».
IL SOGNO DI UNA RAGAZZINA
E non finisce quel giorno, Michèle riesce ancora a vincere, tanto, sorprendendo anche chi pensava che fosse forte fin da quando si esibiva su una scassatissima Citroën 2 Cv sulle stradine polverose intorno alla casa di famiglia. Sola e sognante, nelle campagne francesi di Grasse, fra le rose e i gelsomini nel Sud della Provenza, vicino a Cannes. Nel frattempo eccelle in tutto, dalla danza allo sci e all’università si avvia a pieni voti a una brillante carriera da avvocata. Lei però vuole le auto, con le quattro ruote è un tutt’uno.
La svolta nel 1972, quando ha 21 anni. Un amico, Jean Taibi, le chiede di farle da navigatrice al Tour de Corse, il rally di Corsica: con una Alpine-Renault A110 non finiscono la gara, ma il ghiaccio è rotto. Lo stesso Taibi la convince a riprovarci due anni dopo, nel 1974, sempre con la Alpine, arriva un 12esimo posto ma tanto basta a convincere il padre di Michèle a finanziare almeno una stagione, «poi vediamo come va, se sarai brava...». La ragazza, ora solo pilota, ci prende gusto: prova anche la velocità pura, con la 24 Ore di Le Mans, equipaggio tutto femminile, 21esima con vittoria di categoria a 67 giri di distacco dai vincitori Jacky Ickx e Derek Bell. In pista però comprende una cosa fondamentale: «La pista mi annoia. Non mi piace passare e ripassare quaranta volte nello stesso posto. E non mi attira neppure la bagarre: in un rally corro soprattutto contro me stessa più che contro gli altri».
LO STERZO DI QUELLA FIAT 131
Correre contro sé stessa, la sfida più importante. Quelle del 1975 e del 1976 sono stagioni di crescita ma il rally ormai è casa. Nel 1977, sempre da privata, corre con un’Autobianchi A 112 e con una Fiat 131 Abarth («Roba che per manovrare il volante ci voleva la forza di un facchino», racconterà ad Andrea Cordovani, oggi direttore di Autosprint). Arrivano un 24esimo e un ottavo posto. La svolta nel 1978, ultima stagione da privata, con la mitica Lancia Stratos Hf e ancora con una Fiat 131: un settimo e un quinto posto a Monte Carlo e in Corsica. Fiat France le fa un contratto e per due stagioni replica gli stessi piazzamenti sugli stessi percorsi. E così arriva a bussare alla sua porta nientemeno che l’Audi, la Casa della svolta con le quattro ruote motrici che rende la vita difficile alle vetture in auge fino a quel momento, fra queste anche Lancia Stratos, Fiat 131 Abarth e Fiat 124 Abarth. Le vetture devono essere derivate da quelle di serie e prodotte in almeno 400 esemplari, che poi scenderanno a 200 con l’avvento della Audi Quattro.
LEI E FABRIZIA, CHE COPPIA!
Per Michèle, che trova Fabrizia come navigatrice, l’avvio non è semplice. L’auto va forte ma è sofisticata e prima di Sanremo ci sono tre ritiri, un quarto posto in Portogallo e un 13esimo in Finlandia. Pensare che possa vincere è follia, e invece sulle strade bianche della Toscana, quasi 500 chilometri di terra, le ragazze stracciano tutti e restano solo le ultime dieci prove dell’ultima giornata. Dietro hanno il futuro campione del mondo Ari Vatanen con una Ford Escort Rs: 34” di distacco, niente. «Eravamo sfatte dopo il lungo trasferimento da Livorno a Sanremo – è il racconto di Fabrizia – e quelle tre tappe sulla terra fra Pisa e Siena non erano da augurare al peggior nemico. Ma invece di andare a letto passammo la notte a provare le ronde stradali».
Al mattino la gioia arriva via radio ancor prima della fine, con l’annuncio di un problema alla scatola guida del finlandese. C’è solo da godersi il trionfo: 61 prove speciali, cinque tappe (Sanremo-Sanremo, Sanremo-Pisa, Pisa-Siena, Siena-Sanremo, Sanremo-Sanremo) 751 km di speciali (276,80 asfalto; 474,26 sterrato), quasi 3.000 chilometri. E ora tutti quegli uomini che applaudono.
Michèle e Fabrizia ci prendono gusto e per l’anno successivo hanno un’idea dolce e leggendaria: vincere il Mondiale. E le cose vanno bene nonostante il ritiro per uno schianto alla sfida inaugurale di Monte Carlo. Ci sono tre primi posti in Portogallo, Grecia e Brasile, il secondo in Gran Bretagna, il quarto a Sanremo. La svolta negativa è in Costa d’Avorio, nella penultima gara. Qui Michèle è a sette punti dal leader Walter Röhrl (Opel) e davanti alle altre Audi di Blomqvist e Mikkola. Alla vigilia le muore il padre ma prende lo stesso il via. All’ultimo giorno di gara è prima con 18 minuti di vantaggio. Ma uno schianto per la fitta nebbia le fa dare l’addio a un Mondiale ormai certo.
IL TRIONFO AMERICANO
Nelle successive stagioni non vince più ma sale ancora sul podio prima di togliersi un’ulteriore grande soddisfazione nel 1985, nella “corsa fra le nuvole” di Pikes Peak, sulle Montagne Rocciose, negli Stati Uniti. Una sfida folle di venti chilometri di curve e strapiombi verso i 4.300 metri della vetta. L’assaggio c’era stato l’anno prima, con un secondo posto assoluto con la sua Audi Sport quattro S1. L’avevano guardata con scetticismo e speravano si fosse accontentata di quell’assaggio. Invece si ripresenta e la cosa non piace soprattutto a Bobby Unser, una specie di divinità da quelle parti, ultimo portacolori di una dinastia che su quella montagna ha corso 113 volte vincendo in 38 occasioni, 13 delle quali proprio con lui. Qui se sei europeo già vieni guardato storto, se sei anche donna è molto peggio. I giudici se ne inventano di tutti i colori, anche una penalizzazione imprevista per via di un eccesso di velocità durante una prova libera. I vertici Audi protestano, lei fa un cenno come per dire «ci penso io». E lo fa: vittoria e record di tutti i tempi con 11’25”139. È più che un’apoteosi.
Michèle fa in tempo a vincere anche un campionato tedesco rally nel 1986 e diventa qualcosa in più di una semplice icona. Nel 2010 il presidente della Federazione internazionale, Jean Todt, la chiama a capo della Women and motor sport commission, costituita per promuovere il ruolo delle donne negli sport dell’auto. Cosa che Michèle fa con la sua storia. Dal 1988 organizza la Race of Champions per ricordare Henry Toivonen, l’Amico Rivale morto con il navigatore Sergio Cresto in un incidente durante il Tour de Corse 1986. Ed è celebratissima al pari degli altri campioni.
Michèle Mouton non è l’unica donna che si sia affacciata in questo mondo molto maschile. In Italia già nel 1958 Maria Teresa De Filippis partecipa a quattro Gp del Mondiale di Formula 1. C’è poi Lella Lombardi, che riesce a disputarne 12 fra il 1974 e il 1976 e ad arrivare anche una volta in zona punti. Insomma, il passato nei motori è molto meglio del presente. Michèle però non si arrende: «Mi sono sentita più volte chiedere di organizzare corse riservate alle donne. Ho sempre detto no, dietro al casco e dentro un abitacolo non ci sono differenze. Certo, in Formula 1 è difficile. Però sperare di vedere una donna a centro gruppo entro una decina d’anni non è così malvagio. Nel rally invece...».
Nei rally invece un giorno è arrivata lei e, controsterzo dopo controsterzo, con tanto orgoglio ha mandato fuori giri il motore del rivale più pericoloso: il pregiudizio. —
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