Gioco
Lo scudetto del mitico Verona Bagnoli e quegli 11 sconosciuti che fecero innamorare l’Italia
Nell’anno di Maradona e Platini, il miracolo lo firmarono Garella e soci
Nel 2016 il mondo intero si emozionò davanti all'impresa del Leicester di Claudio Ranieri; in barba alle grandi di Londra e Manchester, le “Foxes” conquistarono la Premier League, emozionando il mondo intero in una moderna rivisitazione di Davide contro Golia. Emozioni in Italia vissute 35 anni fa. Allora le sembianze di Davide le avevano 11 baldi giovani di gialloblù vestiti, quello del Verona.
Già perché nel 1985 a stupire tutti furono proprio gli scaligeri, conquistando uno scudetto incredibile, regolando gli squadroni del nord. Un'impresa che assume ancor più valore, considerando che all'epoca la Serie A era infarcita di campioni. Nel Napoli c'era Maradona, che proprio al “Bentegodi” esordì nel Bel Paese, uscendone con tre palloni sul groppone, nella Juve Platini e Boniek, a Firenze Socrates, nell'Inter Rumenigge, a Udine Zico. La crema del calcio mondiale.
Il cammino
Nomi che però non distolsero la banda di pirati scaligeri, capaci in quattro anni di passare dalla lotta per non cadere in Serie C all'Olimpo del calcio italiano. Un cammino trionfale che nasce da lontano, dal giorno in cui il proprietario Chiampan ed il d.s. Mascetti, una bandiera del club veneto, si affidano ad Osvaldo Bagnoli, costruendo anno dopo anno una squadra da sogno. Prima il ritorno in Serie A nella stagione 1981-82, impresa bissata con un clamoroso quarto posto, da matricola, seguito poi da un altrettanta lusinghiera sesta posizione. L'idea è tanto semplice quanto difficile da realizzarsi: mantenere la spina dorsale della squadre vittoriosa nella serie cadetta, per aggiungervi ogni anno nuovi pilastri.
La squadra
Tra i pali c'è un pittoresco portiere, non certo bello a vedersi ma tremendamente efficace: si chiama Claudio Garella, passerà alla storia. Davanti a lui Tricella, uno dei primi liberi bravissimi ad impostare, ed il roccioso Fontolan. I terzini sono Ferroni e l'arrembante Marangon. In mezzo a dirigere il traffico il toscano Di Gennaro; Volpati, o Sacchetti, gli guarda le spalle, Fanna e Briegel spezzano in due le difese avversarie. “Pierino” con i dribbling e la classe innata, il tedescone con una potenza tutta teutonica. Davanti la super coppia Elkjaer, bisonte danese incontenibile in spazi aperti – memorabile una rete alla Juve dopo aver perso uno scarpino – ed il piccolo, tecnico “Nanu” Galderisi.
Il massimo artefice
Il fuoriclasse assoluto però siede in panchina, ha i tratti di un milanese schivo, non urla ma si fa ascoltare, non impone ma convince. Si chiama Osvaldo Bagnoli. Lavorando di cesello ha costruito una difesa a prova di bomba, tanto che alla fine del campionato saranno solo 19 le reti incassate da “Garellik”.
La cavalcata
Quello scaligero è un percorso trionfale, pronti via e subito 3-1 al Napoli di Maradona, la prima di tre vittorie consecutive che lanciano Bagnoli in vetta alla classifica. La prima sconfitta arriva all'ultima di andata, nella “maledetta”, i veneti ci perdono quasi sempre, Avellino. Un ko che stimola ancor più i veneti; dopo il pomeriggio del “Partenio” i gialloblu sgommano, prendendo il largo; da lì in poi, un unico flop, quello casalingo con il Torino di Radice a 5 giornate dalla fine. Che però poco cambia, il matematico scudetto arriva un mese dopo, il 12 maggio a Bergamo. Nello stadio orobico arriva un pareggio ed inizia la festa, non solo per i tifosi del Verona, ma per tutti gli appassionati di calcio che si trovano a tifare, a gioire, per una squadra protagonista di una favola impensabile al giorno d'oggi. —
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