Gioco
«Ac San Biagio... Peggio dell’Estudiantes». Cinque anni di passione nella periferia ovest
La realtà calcistica pistoiese rivissuta nel libro di Cristiano Rabuzzi fa riferimento al quinquennio tra il 1980 e il 1985
PISTOIA. Si può entrare nella storia anche senza alzare trofei prestigiosi: è il caso dell'Associazione calcio San Biagio, una delle compagini più temute e battagliere del calcio pistoiese degli anni '80. A quarant'anni dalla sua fondazione, la penna sopraffina di Cristiano Rabuzzi ne ha narrato le gesta in un libro che è già introvabile: 300 copie esaurite prima della sua uscita, "A.C. San Biagio 1980/1985. Peggio dell'Estudiantes" è musica per le orecchie di chi del football ama soprattutto le pieghe più recondite, dove tecnica, atletismo e fair play sbiadiscono di fronte alla forza evocativa di una sfida invernale alle luci dell'alba o del fantasioso repertorio di sfottò che solo una squadra di amatori - meglio se toscana - è in grado di sciorinare. Cento pagine intense, spassose e commoventi, approdate anche nella Biblioteca dell'Accademia della Crusca come esempio di “linguaggio pistoiese contemporaneo”.
Quello raccontato dall'autore è il calcio antico dei bar, dei circoli e delle parrocchie, specchio di un'Italia lontanissima. Genuinità e passione, amicizia e rivalità. La cappa degli anni di piombo si fa ancora sentire ma a Pistoia è tripudio arancione per la serie A appena conquistata. Nascono decine di squadre e San Biagio, estrema periferia ovest della città, tra il viale Adua e l'Ombrone, non può essere da meno: un gruppo di «scapestrati, incoscienti, ragazzi non ancora diventati uomini, indisponibili a mollare sul campo in nome della loro amicizia, un po' affezionati e un po' folli», dopo qualche amichevole improvvisata diventano squadra vera grazie ai buoni uffici del parroco Don Pacini, alla generosità di Renzo Nerucci, importante concessionario della zona, che regala loro una muta («rossa con risvolti bianchi, un lusso per l'epoca») e alla dedizione dell'ingegner Luciani, presidente e factotum del sodalizio.
L'avventura inizia nel campionato Csi 1980/81, e fin dai primi allenamenti si capisce di che pasta è fatta la squadra. Seguendo la filosofia della "finta mezz'ala" Andrea "Pacio Lobanovski" Pacini («Chi non picchia in allenamento, tirerà indietro le gambe anche in partita»), il San Biagio scende in campo ogni volta come se fosse l'ultima. «Siete peggio dell'Estudiantes», urla uno spettatore. Per loro, il paragone con il club argentino tristemente noto per l'accoglienza non proprio amichevole riservata al Milan durante la finale di ritorno della Coppa Intercontinentale del 1969, è come un complimento.
L'ossatura della squadra è un mix di talento e cattiveria: alla classe di Claudio Barontini («piedi buoni e movenze felpate») e Alessandro Giaconi («attaccante fenomenale per questi livelli») fanno da giusto contraltare la grinta difensiva di Gastone Breschi e Gregorio Gori, il fiato di Paolo Costantini e Cosimo Semeraro e l'attaccamento alla causa di tutti gli altri, amici fraterni prima che compagni di squadra: i fratelli Angelo e Andrea Vaccaro, Luca Tognozzi, Adamo Ascari, Luca Gori, Raul Niccoli,Stefano Giaconi, Sergio Pacini, Angelo Restivo, Luca "Il Moro" Gandolfi. Leggendarie le scorribande di quest'ultimo, portiere temibilissimo sia tra i pali che fuori, capace di exploit degni del miglior George Best.
Dopo il secondo posto nella competizione d'esordio e l'eliminazione in semifinale regionale contro la Carpensalda Livorno, seguono un'altra delusione in campionato ("rei"i quarratini del Blu Pub) e una Coppa Toscana finita in rissa. L'anno successivo i biancorossi passano in Aics, dove la concorrenza è più agguerrita: l'alta classifica è roba per squadroni come il Casini, ma i "nostri" non mollano e conquistano la Coppa Monti grazie all'1-0 in finale contro il Caserana. Nel torneo successivo, la turbolenta disfatta con il Marliana segna l'inizio della fase discendente della parabola: l'arbitro calca la mano e la squadra si sfalda sotto il peso delle multe e degli addii.
Nel 1985 il San Biagio esce per sempre di scena ma i suoi protagonisti si guadagneranno un posto nella storia per approdare nei racconti di Rabuzzi come testimonianza di un calcio «figlio di un altro mondo, con entusiasmo e ben altri rapporti umani», un calcio che - anche tra spintoni e battibecchi - poteva ancora essere considerato un gioco. —
giacomo carobbi .
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