Gioco
40 anni fa si spengeva la leggenda nera Owens, fuoriclasse mai celebrato in vita
Atletica: il quattro volte medaglie d’oro a Berlino si spense a 66 anni il 31 marzo del 1980
LA storia
Esattamente 40 anni fa, il 31 marzo 1980, si spegneva un mito dell'atletica leggera: il velocista afroamericano Jesse Owens, famoso soprattutto per la vittoria di quattro medaglie d'oro olimpiche ai Giochi di Berlino nel 1936. Nato nel 1913 in Alabama e poi trasferitosi con la famiglia in Ohio all'età di 9 anni, come milioni altri ragazzi neri, James Cleveland Owens visse in condizioni economiche precarie nel periodo della Grande Depressione, in un'America permeata dal razzismo. Fu un insegnante ad dargli il soprannome Jesse, giocando sulla pronuncia sudista del ragazzo Dopo la scuola lavorò in un negozio di scarpe allenandosi nella corsa nel poco tempo libero disposizione.Una svolta arrivò nel 1933, quando ai campionati nazionali studenteschi sorprese con straordinarie prestazioni nella velocità e nel lungo. I risultati nell'atletica gli valsero l'ammissione all'Università dell'Ohio, dove tuttavia non trovò buona accoglienza, bersagliato da battute e provocazioni di stampo razzista.
Superò anche quelle, ponendosi come obiettivo primario quello di diventare un atleta di primo livello. Ci riuscì in pieno. Owens divenne leggenda nell'agosto del 1936, quando, allo stadio Olimpico di Berlino dominò la gara dei 100 metri, il salto in lungo, i 200 metri e, infine, con i compagni di nazionale, la staffetta 4x100. I successi dell'atleta afroamericano maturarono nel particolare contesto della Germania nazista. Le Olimpiadi del 1936 erano viste come una grande celebrazione del regime. Le vittorie di Owens oscurarono la fama del tedesco Luz Long, beniamino di Adolf Hitler, e sconvolsero un'opinione pubblica in quegli anni annebbiata dal'idea della superiorità della razza ariana. Celebre fu il successo del 4 agosto, quando conquistò la sua seconda medaglia, nel salto in lungo. Allo stadio olimpico di Berlino era presente anche il Fuhrer. Per molti anni si è raccontato che davanti alla vittoria dell'afroamericano Hitler si sia alzato e sia uscito dallo stadio. Ma nella sua biografia "The Jesse Owens Story" il campione diede una versione diversa, parlando di uno scambio di saluti con Hitler al passaggio davanti alla tribuna d'onore, prima di rientrare negli spogliatoi. «Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto», disse Owens.Tante le battaglie che Owens si trovò ad affrontare anche dopo la gloria olimpica, e in patria. Il presidente Franklin Delano Roosevelt non lo ricevette mai alla Casa Bianca per il timore di una reazione degli Stati del Sud in piena campagna elettorale.Molti anni dopo il Presidente Dwight D. Eisenhower, anche lui un ex atleta, lo nominò "Ambasciatore dello Sport". Nel 1976 poi ottenne il massimo titolo civile per un americano, la Medaglia presidenziale della libertà, dal Presidente Gerald Ford, ricordando il suo merito a superare le "barriere del razzismo, della se. Owens morì a Tucson, in Arizona, di cancro ai polmoni, all'età di 66 anni. Alla sua storia è stato dedicato anche un film, "Race - Il colore della vittoria", del 2016, diretto da Stephen Hopkins. —
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