Gioco
Bettiol punge: nessun tampone ai ciclisti, da gennaio si parlava di febbre nel gruppo
Parla il campione di Castelfiorentino: «Io sono a Lugano ma resto in contatto via Skype con la mia famiglia in Toscana»
CASTELFIORENTINO. Alberto Bettiol è fisicamente a Lugano, ma il suo cuore e la sua mente sono in Toscana, a Castelfiorentino, dove si trovano tutti i suoi affetti più cari e gli amici: «Manco dalla Toscana da febbraio, sono rientrato in Svizzera proprio quando si è acuita la crisi relativa al coronavirus. Comunque utilizzo Skype, Whatsapp e i social tutti i giorni per parlare con i miei genitori Marco e Laura e con mio fratello Cosimo. La mia fidanzata, Giulia, è rimasta bloccata a casa proprio quando stava per raggiungermi. Nessuno avrebbe mai immaginato che scoppiasse una pandemia simile, tale da avere ora propaggini preoccupanti anche in Toscana, come mi ha confermato anche il sindaco di Castelfiorentino». Alberto è un ottimista, una persona che vede sempre il bicchiere mezzo pieno e che persegue i propri obiettivi con calma e molta determinazione. Il suo palmarès lo testimonia: dopo gli importanti trascorsi nelle categorie minori, è passato professionista nel 2014 con il team Cannondale ed ha ottenuto la prima vittoria con la BMC nel 2018, la cronosquadre alla Tirreno-Adriatico. La consacrazione a talento emergente e qualcosina in più è arrivata lo scorso anno, quando ha dominato il Giro delle Fiandre in maglia EF Pro Cycling Team. Ottimo l'avvio del 2020, con la vittoria nella cronotappa e il secondo posto nella classifica finale dell'Etoile di Besseges, in Francia, ma poi...
«Poi, purtroppo è arrivato questo coronavirus che ha fermato ogni cosa - prosegue Bettiol – a dire il vero qui in Svizzera non siamo isolati nelle abitazioni come accade in Italia, la gente esce anche se non si possono fare assembramenti di più di cinque persone, c'è un minimo di vita sociale anche se la preoccupazione è latente. Insieme ad altri ciclisti italiani che risiedono a Lugano possiamo effettuare addirittura delle sedute d'allenamento in bici ma, ad essere sincero, questa cosa non mi piace affatto. Penso che se qualcuno di noi cade e si fa male, ben difficilmente potrebbe avere assistenza e cure negli ospedali, pressoché saturi per i ricoveri dovuti al virus».
Eppure lei non è arrabbiato per lo stop imposto all'attività ciclistica.
«La prendo con filosofia, com'è nel mio carattere. Quest'anno effettivamente ero partito molto bene e pensavo di poter disputare un'ottima Tirreno-Adriatico ma davanti a queste tragedie bisogna pensare che, quando c'è gente che soffre e muore come a Bergamo e in Lombardia, tutto il resto deve passare in second'ordine. Mi ha fatto male al cuore vedere l'esercito e la sfilata di bare nel bergamasco, dove ho amici e colleghi che sono messi a dura prova, un esempio su tutti Sonny Colbrelli».
Nessun rimpianto per mondiali e Olimpiadi?
«Dopo il rinvio delle Olimpiadi, spero tuttora che l'attività ciclistica possa riprendere in tempo utile per salvare la stagione. La maglia azzurra mi ha sempre fornito grandi motivazioni e con il commissario tecnico Cassani esiste un bellissimo rapporto. Lui sa che se gli dico di essere pronto questa è la verità, com'è accaduto ai mondiali di Bergen e di Harrogate. Io non baro mai, se capisco di non essere all'altezza, allora mi chiamo fuori per primo».
Nel calcio sembrano esserci più contagiati che nel ciclismo..
«E' così perché nel calcio sono stati fatti i tamponi, nel ciclismo quasi nessuno. E' da gennaio che tra di noi circolano voci di una strana influenza. Anche alla Parigi-Nizza in molti avevano il dubbio che ci fossero in gara dei contagiati, ma non si è approfondito l'argomento».
Intanto i calciatori non sembrano voler accettare volentieri una riduzione del loro stipendio.
«Non mi stupisco. Noi ciclisti, anche se non gareggiamo, abbiamo in questi giorni tanti impegni, su Instagram, Whatsapp, gare sui rulli eccetera. Quindi, in teoria, lo stipendio dovremmo percepirlo ugualmente, comunque sono pronto a devolvere il 10% delle mie spettanze, se questi soldi saranno spesi per la terapia intensiva negli ospedali e lo farei molto volentieri».
Nel dopo-virus si paventa una crisi economica epocale, che inevitabilmente toccherà anche gli sponsor dello sport.
«Mi sembra inevitabile e ritengo che presto sarà utile mettersi tutti noi addetti ai lavori e gli sponsor attorno a un tavolo per discutere sul da farsi, cercando ovviamente di evitare soluzioni drastiche. Ho l'impressione che in Italia si sia perso troppo tempo. In Svizzera si stanno organizzando meglio, pur senza chiudere tutto o costringere la gente a prigionie casalinghe. La gente qui è più disciplinata. Comunque questa pandemia è molto grave, a me sembra di vivere in un film e l'auspicio è che si arrivi prima possibile a realizzare un vaccino efficace, anche per far riflettere seriamente tutti coloro che negli anni passati si erano schierati contro ogni tipo di vaccino». —
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