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Tafi: «Vincono sempre i soldi, correre la Parigi-Nizza è stato un vero scandalo»

Stefano Fiori
Tafi: «Vincono sempre i soldi, correre la Parigi-Nizza è stato un vero scandalo»

Ciclismo: "il gladiatore" sta trascorrendo questi giorni in casa a Lamporecchio. «Un consiglio ai cicloamatori: non uscite in strada» 

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La storia vuole che per Andrea Tafi, il pittoresco soprannome de Il Gladiatore venne coniato dopo la strepitosa vittoria ottenuta a Peccioli nella Coppa Sabatini, sul finire della stagione agonistica 1997.

Un successo ottenuto con rabbiosi e reiterati attacchi, che mostrò nel modo più appropriato il carattere indomito e soprattutto la forza mentale di questo poderoso atleta nato a Fucecchio il sette maggio di 53 anni fa. Una grande carriera da professionista dal 1988 al 2005, con il bilancio di trenta vittorie di notevole valore qualitativo, tra le quali spiccano l’edizione del 1999 della Parigi-Roubaix, la sua gara preferita con ben tredici partecipazioni, un secondo, un terzo e un quinto posto ottenuti nella corsa più duro del mondo, il Giro delle Fiandre, il Giro di Lombardia e la Rochester Classic. Vinse anche tutte le Classiche con partenza da Parigi, oltre alla già menzionata Roubaix - che gli valse l'ovazione del pubblico francese quando entrò nel velodromo per l'ultima volta nel 2005 - anche la Parigi-Tours e la Parigi-Bruxelles. Davvero non male.

Ma i tempi e le situazioni cambiano, così Andrea si è reinventato uomo immagine e imprenditore nel settore turistico, insieme alla moglie Gloria e ai figli Tommaso e Greta, inaugurando anni fa lo splendido agriturismo de Il Borghetto alle porte di Lamporecchio, frequentato principalmente da una selezionata clientela estera.

Allo stesso tempo, poiché il gladiatore perde il pelo ma non il vizio, Tafi si è cimentato nuovamente nelle gare ciclistiche, ma amatoriali, ottenendo ovviamente delle vittorie in serie. E cercando anche un clamoroso rientro proprio alla Roubaix, un sogno poi non andato in porto. Come il Gladiatore stia vivendo l'emergenza ai tempi del coronavirus ce lo spiega in questa intervista.

Dove stai trascorrendo questo periodo di isolamento forzato?

Ovviamente nella nostra villa alle porte di Lamporecchio, dove condividiamo le giornate io, mia moglie Greta e nostro figlio Tommaso, mentre nostra figlia Greta è purtroppo bloccata a Lugano, in Svizzera, dove si trovano anche alcuni noti ciclisti italiani.

Come reagite alla minaccia del coronavirus?

Cercando di essere realisti, di non farsi prendere dall'ansia e dalla depressione, anche se non è facile poiché questo dannato virus colpisce chiunque e a qualunque età: ormai si è capito che non sia una faccenda che riguarda solo gli anziani.

Ci sono già e ci saranno inevitabili strascichi a livello economico, cosa ne pensi?

Ormai il problema è a livello mondiale, come questa pandemia. Il turismo è nel baratro e anche al nostro agriturismo de Il Borghetto abbiamo riscontrato un calo di prenotazioni e di presenze di circa l'ottanta per cento.

Se continua così prevedo un crollo del settore, l'unica speranza è che ci si dovrà risollevare tutti insieme, quindi nessuno Stato dovrà essere abbandonato a sé stesso e gli aiuti economici dovranno interessare davvero tutti.

Per l'Italia cosa prevedi?

Ritengo che, una volta superata l'emergenza, saremo tra i più decisi nel ripartire. Gli italiani hanno fatto la storia del mondo e hanno sempre dimostrato di possedere una marcia in più, politica permettendo.

Ci siamo rimessi in piedi da situazioni disperate, come ci raccontavano i nostri nonni e i genitori, potremo farlo anche questa volta.

E il mondo del ciclismo com'è messo?

Maluccio. Ci siamo fermati troppo tardi. La Parigi-Nizza, ad esempio, non si doveva correre. Permetterlo è stato uno scandalo, la dimostrazione che certi organizzatori, per i soldi, non si fermano di fronte a niente. Poi c'è il problema dei cicloamatori che continuano ad uscire in allenamento, nemmeno dovessero correre il Giro d'Italia. Sono comportamenti da punire duramente, anche perché viene messa a repentaglio la salute di altre persone.

Pensate se poi qualche ciclista subisse un incidente grave, con gli ospedali in terribile sofferenza dei nostri giorni. Personalmente mi alleno sui rulli e insieme ad alcuni amici facciamo gare a sei per volta, ogni sera e per almeno un'ora su Messenger: ci divertiamo molto e volano pure gli sfottò.

Intanto ieri ho contattato un caro amico di Bergamo, che si è esibito sui rulli nella corte di casa sua. Mi sono commosso poiché sono molto legato alla Lombardia, la regione dove ho vinto il campionato italiano e il Giro di Lombardia, perciò soffro enormemente per quanto sta accadendo in quella parte dell'Italia.

In definitiva cosa ti senti di consigliare alle persone, in questo tragico frangente?

Il consiglio è scontato, di stare in casa, di non mettere a repentaglio la propria e l'altrui salute. In questi giorni mi rassegno a fare del giardinaggio e i già citati rulli, però nella testa ho tanti pensieri positivi.

Dalle disfatte si torna più forti di prima e questo è l'insegnamento principale che percepisce chi pratica il ciclismo, uno sport che è un susseguirsi infinito di cadute e risalite. Bisogna però essere uniti ed affrontare con coraggio i difficili mesi che ci attendono, consapevoli che alla fine la vittoria non potrà mancare.


 

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di Redazione web