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Addio a Peiró, l’uomo del gol impossibile della Grande Inter del mago Herrera

STEFANO TAMBURINI
Addio a Peiró, l’uomo del gol impossibile della Grande Inter del mago Herrera

Rubò la palla al portiere e segnò il 2-0 nella rimonta con il Liverpool nella semifinale della seconda coppa nerazzurra  

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IL RITRATTO

STEFANO TAMBURINI

Il suo nome era quasi alla fine di quella filastrocca che ai tempi dei numeri dall’1 all’11 era la formazione da recitare a memoria: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peiró, Suarez, Corso. Joaquín Peiró veniva da Madrid ed era il numero 9 della Grande Inter del mago Helenio Herrera, quella delle coppe dei campioni e delle intercontinentali. Se n’è andato ieri nella sua Madrid, aveva 84 anni, tanti trofei nella bacheca e nel cuore portava con sé la scia della gratitudine dei tifosi delle squadre di cui aveva vestito la maglia: Atletico, Torino, Inter, Roma e nazionale spagnola.

Peiró con i nerazzurri di fatto giocava solo la coppa dei campioni, che a differenza della Champions era tutta a eliminazione diretta: chi arrivava in fondo disputava solo nove partite, sette se campione in carica. Questo perché in campionato potevano andare in campo solo due stranieri e all’Inter già c’erano Jair e Suarez. Così a Peiró restavano solo le briciole di qualche presenza quando uno dei due stava male e al suo posto in Serie A giocava Aurelio Milani. Ma quelle sette partite di coppa a lui bastarono per entrare nella leggenda e nella filastrocca grazie a un gol, quello della partita che era stata definita della rimonta impossibile. Era il 12 maggio del 1965 e a San Siro si giocava la semifinale di ritorno contro il Liverpool. L’Inter, che l’anno prima aveva vinto la coppa senza Peiró contro il Real Madrid, era considerata spacciata dopo l’1-3 dell’andata. Correva il minuto numero 9 e Mariolino Corso aveva appena segnato la rete della speranza grazie a una delle sue mitiche punizioni “a foglia morta”, quando Mazzola lanciava a rete proprio il numero 9. Peiró correva veloce sul lato sinistro, sul filo dell’area di rigore. Il portiere Tommy Lawrence gli si buttava fra i piedi e arpionava la palla. Peiró cadeva ma si rialzava e si avvicinava al portiere che si apprestava a rinviare. Lawrence palleggiava tre volte prima del lancio lungo ma prima del terzo rimbalzo da dietro arrivava proprio Peiró che arpionava la palla senza toccare il portiere e la spediva in rete. E si può tranquillamente dire che quella coppa l’Inter la vinse in quel momento, ancor prima del terzo gol di Giacinto Facchetti che portò l’Inter in finale e della finale stessa contro il Benfica che si sarebbe giocata 15 giorni dopo proprio a San Siro. Dopo quel gol venne giù lo stadio e le immagini in bianco e nero di quell’azione ormai sono consumate dagli sguardi di tutti quelli che c’erano e volevano esserci ancora e di tutti quelli che, anche dopo, l’avevano sentito raccontare.

Peiró non fu solo quello, certo. Un gol così difficilmente può avere paragoni ma di questo madrileno dei favolosi anni Sessanta resta anche molto altro. I due scudetti, quella coppa del campioni e due Intercontinentali con l’Inter sono il top, ma ci sono anche due Liga e una coppa delle coppe con l’Atletico Madrid e una coppa Italia con la Roma, squadra che gli offrì la fascia di capitano perché in fondo uno così un po’ capitano lo era anche dove la fascia la portavano altri.

Peiró e tanti fra quei calciatori delle filastrocche sono rimasti nell’immaginario anche di quelli che non c’erano, perché non esiste niente di più incantevole di chi riesce a dribblare l’impossibile e poi sfonda le reti del tempo.

E in questi giorni, con i palloni chiusi a chiave negli stanzoni dei magazzinieri, il tasso di nostalgia aumenta. Anche per questo ci vuole un bell’applauso a Joaquín Peiró, molto più che un numero 9. Era l’amico geniale dei suoi tifosi. —



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