Sicurezza
Distanziati e senza contrasti e così Juve-Inter finisce 49-49
abbiamo giocato in anticipo il match con le nuove regole
David Biuzzi
Ho visto cose che voi umani... No, un attimo. Non siamo dentro Blade Runner e non ci sono navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione.
Siamo allo Stadium, la sera di domenica 8 marzo. E in scena con c’è il capolavoro di Ridley Scott ma la partitissima, Juventus-Inter. È il calcio ai tempi del coronavirus. Si gioca nel deserto, spalti vuoti, silenzio irreale rotto solo dalle iperboli dei telecronisti. Prima di entrare una signorina gentile ti misura la febbre, ti chiede se sei stato in Cina o nelle zone rosse. No? Bene, puoi andare.
Sei tra i 150 eletti, gli ammessi tra giornalisti e fotografi. Trovare posto non è un problema, ma mangiarsi il solito panino con la salamella sì. Va bene, ci può stare. Mi divertirò vedendo la partita, pensi. Ma non è così. In palio c’è una fetta di scudetto ma chi sta in campo sembra non saperlo. O almeno bada ad altro. Cioè a tenere fede ai dettami dell’ultimo decreto governativo. Da subito: squadre schierate in mezzo per il saluto (a chi poi? Non c’è nessuno) ma a distanza di sicurezza, almeno un metro. Quindi occupano tutto il campo. Niente di strette di mano, non si mai. Poi s’inizia. Si fa per dire. Perché nel primo tempo succede zero. Anzi, meno. Juventus a destra dei vostri teleschermi, dice la radio, Inter a sinistra. Solo che così restano. Tutti immobili. Ognuno fermo nella sua posizione a misurare, mentalmente, la distanza col compagno o l’avversario più vicino. La palla passa da una parte all’altra ma nessuno la rincorre. Fa fresco, d’altra parte, chi se la sente di sudare... «È agghiacciante», urla Conte della sua panchina. «È una bestemmia», replica Sarri che non può manco fumare.
Lo ripetono anche nell’intervallo, ai loro giocatori, ma in teleconferenza. Però la ripresa è un’altra storia. Si gioca. Non a calcio, però. Perché i contatti fisici sono proibiti per (decreto) legge. La distanza deve essere sempre rispettata. Non si marca a uomo, torna la “zona” in tutto il campo, vietati gli assembramenti sui calci d’angolo. Una pacchia. E quando Skriniar, sull’orlo di una crisi di nervi, la prende di mano al limite dell’area Cristiano trasforma la punizione senza problemi. E senza barriera, perché mica puoi mettere 4 o 5 giocatori vicini. «Un gol pazzesco», urla nel silenzio il telecronista. E ha ragione: è roba da pazzi. Come quello che segue. Già, perché CR7 fa il solito saltello di gioia, ma in mezzo al niente. E, ovviamente, nessuno lo abbraccia. Solo cenni a debita distanza. Ma ora tutti, da Lukaku a Bastoni, da Bonucci a Dybala hanno capito il giochino: prendono palla, la portano indisturbati e arrivano in beata solitudine davanti al portiere. Sul 27-27 anche loro, i portieri, si prendono la stessa libertà. Handanovic è il primo Szczęsny replica. Corrono tutti come pazzi, ognuno per conto proprio. E anche chi esce, stremato, lo fa dall’altra parte del campo rispetto a chi entra.
Sul finire, poi, l’inghippo. Lautaro ha i crampi. Si accascia. Entrano medico e massaggiatori in tute provenienti direttamente da Chernobyl: hanno contenuto le radiazioni, nel 1986, figuriamoci il Covid-19. Nessuno, però, tocca l’argentino. Solo consigli a distanza, lui esce a quattro zampe. Finisce 49-49. Un gol per parte a minuto, recupero incluso. E no, non è Blade Runner ma neanche calcio. È il calcio ai tempi del coronavirus.
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