Gioco
«Dopo il parto pensai: chi me lo fa fare? Ma a Tokyo ho paura solo di me stessa»
Elisa Di Francisca parla del doppio ruolo di atleta e mamma e delle Olimpiadi: «Le cinesi sono le avversarie più pericolose ma temo me stessa»
Mamma e atleta, con vista sul podio di Tokyo. Elisa Di Francisca è in viaggio per Torino, appuntamento col Grand prix di fioretto, una tappa verso le Olimpiadi giapponesi in cui l’Italia è favorita. Ci saranno anche le cinesi questo fine settimana «ma abbiamo le maschere, saremo protette» sorride l’atleta azzurra.
Incrocerà Arianna Errigo dopo le polemiche: come sarà la tensione in pedana?
«La tensione c’è sempre, ma è bello confrontarsi con chi fa scherma. Le questioni personali sono state chiarite».
Come è scoppiata la lite? Postumi della finale olimpica di Londra 2012 che lei vinse all’ultima stoccata?
«No, è dipeso da alcune mie interviste. Si è sentita tirata in ballo da certe parole (“prima preparavamo l’inno e cantavamo, adesso ognuna si fa gli affari suoi”, ndr) e ha reagito con un post sui social (“risparmi le energie invece di spenderle in polemiche inutili”, ndr). Ci siamo parlate, è tutto a posto».
Nel suo curriculum ci sono due ori e un argento olimpico: basteranno a fare di lei la portabandiera azzurra?
«Mi inorgoglirebbe. Sembra che stavolta sia molto richiesto l’uomo, visto che le ultime due portabandiera erano donne (Vezzali e Pellegrini, ndr). Il Coni farà la scelta giusta».
A proposito di bandiere, si ricorda quella europea che sventolò a Rio?
«Fece un po’ di scalpore. Molti chiesero perché non avessi il tricolore. Per me era un gesto di solidarietà con chi aveva subìto attentati terroristici».
Dalla maternità ai Giochi: quando ha cominciato a crederci?
«All’inizio mi chiedevo “chi me lo fa fare?”. E se poi non fossi riuscita a qualificarmi, quanto ci sarei rimasta male?
Ho pensato di lasciar perdere, così avrei potuto dire che non c’ero riuscita, perché facevo la mamma. Alla fine ho deciso. Ettore è venuto sempre con me, ora ha 2 anni e mezzo. Sono riuscita a unire i mestieri di mamma e di atleta, poi ho vinto la prima gara di Coppa del Mondo ad Algeri e mi sono detta “dai, c’è speranza”».
Il sogno possibile è la medaglia d’oro a Tokyo?
«La medaglia è il risultato finale, la conseguenza di tutto quello che dai. L’importante è non avere rimpianti».
Quali sono le avversarie più pericolose?
«Adesso le cinesi (ride). In realtà me stessa. Ho paura della mia salute mentale. Non devo lasciarmi condizionare da niente e andare dritta verso l’obiettivo. Non temo le avversarie: se tiro male sono tutte pericolose, se tiro bene non ce n’è per nessuna».
Se non fosse nata a Jesi, a due passi da una grande scuola di scherma, che cosa avrebbe fatto?
«Avevo cominciato con la danza, forse sarei diventata una ballerina. O avrei fatto qualcosa che ha a che fare con l’arte. Ho una vena un po’ folle, mi piacerebbe coltivarla». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
