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I NUMERI DELLA LEGA 

Fattore campo addio: l’Italia ha il segno 2 C’era una volta la provincia-fortino

GIORGIO BILLERI
Fattore campo addio: l’Italia ha il segno 2 C’era una volta la provincia-fortino

Le squadre di casa prendono solo il 52,3% dei punti Negli anni 80 vincere ad Ascoli o Avellino era durissima

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GIORGIO BILLERI

Ricordate gli anni Otttanta, epoca dell’oro quando potevamo portarci a casa e goderci Maradona, Platini, Van basten, Gullit? Grandi nomi, campioni immensi. Ma sapevate che il Milan degli olandesi, ad esempio, non ha mai vinto in nove partite giocate al Partenio di Avellino? O che il Pibe de Oro in questo stadio non ha mai segnato? Quella provincia anni Ottanta era d’acciaio, e spesso le big ci lasciavano le penne, o quantomeno se la cavavano con un pareggio salvifico.

Oggi quelle piccole così grandi non esistono più. Oggi quando una grande va in provincia quasi sempre banchetta: il divario tecnico si è allargato a dismisura con i soldi dei diritti tv e i grandi gruppi che iniettano nei loro progetti cifre insostenibili per le medio-piccole. Ed ecco che il caro, vecchio fattore campo, una sorta di tesoro del calcio italiano, sta pian piano evaporando.

Gli ultimi dati diffuasi dalla Lega non si prestano ad equivoci: solo il 52,3% dei punti disponibili, in questa stagione, vanno alle squadre di casa. Poco più della mnetà. Vent’annni fa chi giocava in casa prendeva il 70% del bottino, negli ultimi vent’anni il dato è oscillato intorno al 60%.

Oggi siamo alla fine di un epoca, quella in cui il segno 1 era la via più comoda, al Totocalcio, per centrare il pronostico. I motivi? Diversi. Intanto l’avvento della Var: gli arbitri non possono più, anche inconsciamente, essere indulgenti con la squadra di casa perchè il video spazza via ogni dubbio. Poi c’è l’atteggiamento tattico: si va sempre per giocarsela, in casa o in trasferta non fa differenza: un tempo giocare fuori casa rappresentava quasi una giustificazione “morale” per coprirsi, adesso si va di 4-3-3 sempre e comunque. Tutti insomma puntano a fare risultato. E così ci sono squadre, e non sono poche, che vanno meglio in trasferta che in casa: l’Inter (7 successi esterni) su tutte, ma anche l’Atalanta, il Milan, il Torino.

E allora torniamo al flashback, a quelle arene incandescenti che si chiamavano Partenio di Avellino, Del Duca di Ascoli, Sinigaglia di Como, Militare di Catanzaro: qui strappare i due punti era una vera impresa. Le tribune piene, la gente che gridava appesa alla rete di recinzione, nulla a che vedere con gli ambienti ovattati e freddini di oggi, dove la tv impera.

Qualche numero, per capirsi. L’Avellino, in dieci campionati di serie A, ha giocato 186 partite in casa, perdendone solo 27, contro 63 vittorie e 60 pareggi: 172 i gol realizzati, 110 subiti. C’era gente come Di Somma, il gladiatorio stopper, che non si faceva problemi a massaggiare le caviglie ai mostri sacri, che infatti restavano alla larga.

L’Ascoli di Rozzi, altra arrembante provinciale di quell’epoca, in 9 stagioni nel massimo campionato ha giocato al Del Duca 135 partite perdendone solo 21, a fronte di 55 vittorie e 59 pareggi. Il Como ha disputato sei stagioni con 99 partite casalinghe e sole 19 sconfitte. Il Catanzaro, per citare ancora, in cinque campionati ha ceduto l’intera posta in palio soltanto 15 volte su 75. Numeri-nostalgia: quando il fattore campo esisteva ancora. —

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