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SCI: L’INTERVISTA  

La Goggia vuole battere tutti. «Anche la solitudine»

Daniela Cotto
La Goggia vuole battere tutti. «Anche la solitudine»

«Prendo esempio dalla Vonn, sono andata a trovarla per capire come si può lottare contro i nostri demoni interiori»

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Sofia Goggia riparte da casa Vonn. Dal lussuoso chalet a Copper Mountain dove la stella azzurra è andata a ispirarsi all’inizio della nuova stagione. Un rituale da emozioni intense tra le mensole piene di coppe da ammirare in religioso silenzio e ricordi di una vita sportiva trionfale. Un omaggio alla ex rivale, la bionda americana che non troverà più sulle piste ma resta una grande amica. Comincia così l’anno della maturità per la capitana delle italiane, pronta a scalare il trono dello sci.

Sofia, ci racconti del pomeriggio con Lindsey.

«Le ho espresso come sempre il mio rispetto. In quei giorni poi è uscito il documentario girato sulla sua ultima stagione: lei resta una leggenda. L’ho ringraziata per l’eredità che ci ha lasciato, per come ha vissuto questo sport con una dedizione totale. Ed è incredibile il fatto che a otto anni abbia scritto nel compito in classe “voglio diventare la sciatrice più forte di sempre” e ci sia riuscita. Casa sua è uno spettacolo, un museo dei trionfi. Noi italiani abbiamo le librerie piene di libri, lei le ha riempite con i trofei. Io di coppe ne ho vinta una sola e passo ore a contemplarla. Però posso consolarmi pensando di averla battuta ai Giochi in Corea e in Coppa del mondo. Un onore».

Dal video della Vonn emerge il conflitto interiore che ha caratterizzato la sua vita da stella. E lei come affronta questo mondo?

«Lindsey ha lottato tanto contro il dolore e quando dice “ci provo e vado in Svezia ai Mondiali” e poi lì vince la medaglia, capisci la sua grandezza. Dalla storia emerge la solitudine di noi sciatori, sempre in giro divisi tra pista e albergo. Passi dal traguardo, dove sei acclamata da tutti, all’hotel dove rientri stremata e ti ritrovi sola. La gente vede i campioni solo quando alzano le coppe, ma non conosce la fatica che c’è dietro ogni medaglia».

Sofia, lei sente la solitudine?

«Dipende dai momenti. Ogni mostro sacro dello sport deve convivere coi propri demoni interiori e se diventi un mostro sacro è devi pagarne un prezzo. Lindsey ha avuto una vita travagliata anche per i conflitti con il padre, per sei anni non si sono parlati. Ho avuto l’impressione che abbia sempre cercato rifugio in altre persone. Ognuno di noi deve trovare un equilibrio. Non è facile. Ora l’ho trovato, sto bene».

La chiave del percorso?

«La consapevolezza. L’ho cercata e trovata. Come? In mille modi, dal contatto con la natura che mi regala pace alla lettura e alle riflessioni. Cerco di entrare in empatia con le persone senza legarmi a loro. Sono concentrata sul mio percorso».

Torniamo allo sci. Soddisfatta del gigante?

«Sì. Il mio nuovo atteggiamento mi ha aiutata. Arrivata negli Usa ero tesa, troppo. Poi mi sono detta “Sofi calma, è solo una gara. La neve non sa neppure che c’è una gara contro il cronometro. Rilassati”. Il clic mi ha permesso di svoltare. Ecco, sdrammatizzo, è il mio segreto e la mia arma vincente. Così al cancelletto ho focalizzato me stessa e scalato la classifica fino al 11° posto partendo con il pettorale 54. Applico la teoria della relatività». —

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