Sicurezza
Le maglie bizzarre? Colpa dello strapotere di sponsor e marketing
La Juve ha abbandonato le tradizionali strisce bianconere e all’estero non va meglio: il Barcellona è a quadretti
Nel variopinto, è proprio il caso di dirlo, mondo delle casacche di calcio, create da stilisti in preda a delirio di onnipotenza, è caduta anche l’ultimo tabù. Gli azzurri non sono più azzurri, ma verdi.
È successo sabato scorso, nella sfida vinta dagli (ex) azzurri di Mancini contro la Grecia, la nostra nazionale ha sfoggiato una improbabile casacca verde, tanto per venire incontro alle esigenze dello sponsor tecnico, desideroso di vendere qualche maglia in più. Una scelta, spiega il comunicato ufficiale della Federcalcio, ispirata all’architettura e ai tessuti del periodo rinascimentale ma anche ai giovani talenti azzurri (o verdi). Sarà, anche se a dire il verità, la nazionale maggiore di verde vestita non è una novità assoluta, era già accaduto in una amichevole giocata, e vinta 2-0, nel 1954 contro l’Argentina, anch’essa all’“Olimpico” di Roma. Una scelta che ha lasciato esterrefatti i tifosi della nazionale, ed anche il commissario tecnico Roberto Mancini che, in una recente conferenza stampa, ha dichiarato, senza troppi giri di parole: «La maglia verde? Preferisco quella azzurra». L’azzurro che diventa verde, sia pur con nobili richiami al rinascimento, altro non è che l’ultima concessione che il movimento fa al marketing; e non è un caso che arrivi nella stagione in cui la squadra più tifata d’Italia, la Juventus, ha abbandonato le tradizionali strisce bianconere per scegliere una maglia bipartita: una metà bianca, l’altra nera, unite da una riga rosa in mezzo, a ricordare i colori dei pionieri.
Ovvio lo sconcerto dei tifosi delle, ormai ex, zebrette bianconere, rimasti orfani delle tradizionali strisce, finora sempre presenti, più o meno larghe, sulle maglie juventine.
E non pensate che i creativi abbiano lavorato solo a Torino; la Nike, nuovo sponsor tecnico dell’Inter, ha creato una maglia sì nerazzurra, ma con una rigatura in diagonale in corrispondenza dello sponsor dall’effetto ottico a dir poco rivedibile.
Senza parlare delle seconde maglie, alcune diventate più simili a mimetiche militari, esemplare quella del Napoli di qualche anno fa, che a casacche da gioco.
E siccome quello di oggi è un mondo globalizzato, la rivoluzione tocca anche il Barcellona, guarda caso anch’esso “griffato” Nike. La nuova divisa “blaugrana” conserva i tradizionali colori rossoblu, ma anziché proporli nelle classiche linee verticali, li declina a quadretti, una maglia in stile Croazia odiata dai tifosi catalani, già provati anni fa da una “camiseta” nella quale le linee rossoblu erano disposte in maniera orizzontale.
Fortunatamente ci sono anche esempi contrari; il Real Madrid mantiene inalterato il fascino ed il mito della “camiseta blanca”, impermeabile a ogni contaminazione da marketing, avanguardia della tradizione, un po’ come il torneo di Wimbledon, dove è imposto il bianco, nel tennis dalle divise multicolori.
Ed in questo senso si muovono anche realtà più piccole, che rifiutano di sottostare alle volontà degli sponsor tecnici; esemplare in tal senso quanto fatto dalla più antica squadra di Francia, il Le Havre: nel 2015 il club della Normandia ha rotto con la Nike per le impopolari scelte stilistiche fatte dal colosso statunitense. —
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