Sicurezza
Lenzi, è toscano il “guardiano” dei muscoli azzurri
Vive e lavora tra Prato e Firenze «Questi ragazzi vanno sempre oltre i limiti, hanno coraggio e vorrebbero sempre giocare Oggi c’è più fisicità e più impatti»
«Contro il Sudafrica c’è stato un grande dispendio di energie fisiche e mentali. Per due giorni ci dedichiamo a massaggi, sessioni in piscina per il recupero, crioterapia per i microtraumi. Quarantotto ore con programmi individuali per potersi preparare a una settimana di allenamenti, in vista degli All Blacks, sabato prossimo». Riccardo Lenzi, 47 anni, fiorentino di nascita, ma da sempre diviso nel lavoro fra Firenze e Prato, è uno dei quattro fisioterapisti della nazionale di rugby alla Coppa del mondo. Lenzi, il cognome non ammette dubbi, è l’unico toscano della spedizione.
«Fare il fisioterapista è ciò che ho sempre desiderato, fin da ragazzo, fin da quando sono uscito dall’Iti da Vinci di Firenze con un diploma da perito elettronico. Non era quella la mia strada. Ho fatto la scuola di fisioterapia, tre anni, poi ho preso il diploma Isef».
Poi l’amore per il rugby.
«No, macché. Intanto io come sport ho fatto basket, ho giocato nel Cus Firenze e nel Coverciano. Da un punto di vista professionale, invece, il primo incarico è stato nel calcio, fisioterapista all’Aglianese».
Ed è arrivato il rugby.
«No, è arrivata la Fiorentina, prima la squadra Primavera, poi la prima squadra. Dal 2000 al 2006. Bella esperienza, davvero. E’ nel 2006 che, lasciata la Fiorentina, arrivo al rugby, ai Cavalieri Prato».
Dai Cavalieri alla nazionale?
«Non direttamente, collaboravo dal 2013 con Paolo Grassi, responsabile delll’Accademia under 17, nel 2014 sono passato con la nazionale Under 20 con cui ho fatto quattro mondiali. Riccioni e Minozzi li conoscevo dall’Under 20. Con la nazionale maggiore ho collaborato prima della Coppa del mondo del 2015, durante la preparazione a Fiuggi e a Villabassa, ma non sono andato in Inghilterra. Poi con i test match di novembre del 2016 sono entrato nello staff che nel frattempo era stato ampliato».
Che differenza c’è fra la fisioterapia di un rugbysta e quella di un praticante di altre discipline.
«Un giocatore di rugby ha una capacità di sacrificio che va oltre la normalità. In nessun altro sport l’atleta collabora e si impegna per tornare in campo il prima possibile come qui. C’è una disponibilità e un impegno che non ho mai visto altrove. Poi c’è molta collaborazione fra gli allenatori e noi fisioterapisti, un lavoro comune, di squadra. Dialogo e intesa sulla strada da seguire per avere il giocatore al meglio. Poi, come dicevo, ci sono i giocatori. Per loro stare lontano dal campo è sofferenza, quindi spesso si adattano».
Cosa è cambiato nel rugby in questi anni dal suo punto di vista?
«La fisicità. E non solo nel rugby, in tutti gli sport, c’è una maggiore velocità di esecuzione e questo porta a impatti più duri. Si è visto bene contro il Sudafrica. E’ per questo che c’è questa grande attenzione ai colpi alla testa con protocolli severi che ora sono estesi anche alle giovanili. Non si scherza con certi traumi, anche noi, quando siamo a bordo campo, siamo coinvolti nel segnalare eventuali anomalie nei giocatori». —
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