Gioco
Pistoia si scopre sola Addio a Maltinti, re di calcio e basket amato anche dai rivali
Fu l’artefice della scalata della pallacanestro verso la A, guidò anche la Pistoiese. «Uomo buono, sincero: unico»
GIORGIO BILLERI
Nessuno è stato come Roberto Maltinti. Avversario di tutti, nemico di nessuno. Rivale all’ultimo sangue, rispettato come pochi. E soprattutto amato così tanto dalla sua città, Pistoia, e dai suoi concittadini da diventare il cuore di una comunità, qualcosa da curare e venerare come un monumento, come una parte della tua casa, come un parente stretto, un amico carissimo. Adesso che non c’è più, adesso che un infarto ce lo ha portato via l’altra notte a soli 71 anni, la portata di questo enorme dirigente sportivo emerge in tutta la sua chiarezza. Robertone, con la sua vociona, il suo sorriso furbo, la potente pacca sulla spalla, è stato lo sport pistoiese e una parte importante di quello toscano. Illuminato, generoso come imprenditore, bollente e sanguigno come presidente, prima del Pistoia basket e poi della Pistoiese.
Lo spartiacque tra l’era pionieristica della palla a spicchi pistoiese e il nuovo mondo che si sostanziò all’improvviso in una serie A per la quale in pochi erano pronti, ma che arrivò come un colpo di fucile nel silenzio dell’alba. Una scalata che costruì con le sue mani, aprendo la strada, insieme all’amico Alfredo Piperno, allo sbarco degli imprenditori che consolidarono l’allora Kleenex (prima si chiamava Maltinti...) nel gotha del basket italiano. Amato, rispettato. Impossibile vederlo come nemico. «Lo conoscevo da una vita - ricorda una delle pietre angolari di quel piccolo miracolo cestistico, Matteo Lanza - fin da ragazzino quando venivo a vedere giocare mio fratello Luca in quella Maltinti in cui giocava anche Roberto e suo fratello. Proprio di questo abbiamo parlato pochi giorni fa, alla presentazione della squadra. Ci siamo lasciati con la promessa di organizzare una cena con la “vecchia guardia”...». Matteo, persona vera, dice quello che noi vorremmo scrivere. «Roberto era una bella persona, forte, sempre con il sorriso e con un abbraccio che sapeva dispensare a tutti. Un punto di riferimento per lo sport pistoiese, ma soprattutto per la sua bellissima famiglia a cui lascerà un vuoto incolmabile ma anche un ricordo indelebile di una persona speciale».
Già, speciale, magari anche nei suoi eccessi da tifoso, che la gente volentieri gli perdonava. «Ci siamo ripromessi di incontrarci presto per un boccone assieme, e ora mi hanno avvertito che cambierai posto in tribuna, che assisterai alle partite da una posizione privilegiata. Per gli almanacchi non sei mai stato il mio presidente ma è come se fosse così. Uguale era l'affetto che mi manifestavi, lo stesso che riservavi ai tuoi giocatori, tutti tuoi figli. Leggo in tutti un grande dolore e io, a memoria, ricordo pochissimi dirigenti così amati, così partecipi alla vita della propria squadra e con un legame così forte con la città e i suoi tifosi. A saperlo, solo pochissimi giorni fa, ti avrei abbracciato ancora più forte, ti avrei augurato un "buon viaggio"...lo faccio ora...buon viaggio, Presidente», le toccanti parole vergate da Luca Silvestrin, cui si è aggiunto Cesare Pancotto, che di quella squadra era lo stratega in panchina. «Era un sincero uomo di sport». Sì, lo era. Anche quando, da equilibrista del sentimento, passò dal basket al calcio, senza colpo ferire, per rilevare la Pistoiese, l’altro pezzo del cuore, l’altra parte di una città dalla quale non si seppe mai separare. Sempre lì, sempre pronto all’emozione, anche all’esagerazione dalla quale usciva da signore, con la battuta e dalla risata omerica, che spiazzava e allo stesso tempo divertiva. La risata che mancherà nelle strade e nelle piazze di Pistoia. La sua Pistoia. —
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