Sicurezza
Caro Charles, occhio al marchio di predestinato
Predestinato significa, in soldoni, designato in precedenza a un futuro radioso. Nello sport, l’attributo viene rilasciato (con una certa qual facilità, bisogna dire) a giovani virgulti che in tenera età si rendono protagonisti di imprese memorabili, foriere di nuovi trionfi. La patente di predestinazione, una volta ricevuta, obbliga il portatore, divenuto di colpo un idolo osannato dalle folle, a tenere fede alle ferventi aspettative, costellando la sua carriera di successi. Se ciò non avviene, il predestinato retrocede velocemente nel dimenticatoio. Gli rimane l’ebbrezza del momento della vittoria, con il suo nome e il suo volto su tutti i media, non sufficiente a lenire la delusione per essere ri-scivolato nella normalità e per aver sperimentato di come la fortuna possa essere effimera. Un giorno ti regala sorrisi a trentadue denti, un altro giorno ti prende a pernacchie.
Ora il titolo di predestinato è stato affibbiato di forza a Charles Leclerc. Finora era stato buttato lì da qualche ardito commentatore con pudica moderazione, puntando sul fatto che a soli 21 anni il monegasco era approdato alla guida della Ferrari, proiettato all’improvviso nel gotha della Formula Uno. Ma adesso, dopo la travolgente cavalcata di Monza, il binomio Leclerc-predestinazione è diventato di uso dominante. Auguriamo di cuore a Leclerc di confermarsi su questi livelli, seguendo magari le orme di Michael Schumacher. Anch’egli, ai suoi tempi, fu un predestinato, che ha abbondantemente tenuto fede al pronostico da numero uno. A proposito di Schumacher: pure il di lui figlio, Mick, ha ovviamente avuto la licenza di predestinato. Ha vinto in Formula 3, se la cava in Formula 2, e ieri, in questa categoria, è arrivato sesto proprio sulla pista di Monza. Mick fa di tutto per svincolarsi dalla scomoda eredità paterna, ma è chiaro che non può evitare il confronto con l’illustrissimo genitore. In questo caso la predestinazione, quantomeno, è giustificata dalla discendenza. Ma non è detto che Mick, che ha due anni meno di Charles, tenga alto il nome di famiglia. È difficile correre con la pressione della carta d’identità, quando essa da semplice documento diventa un macigno.
Ed è difficile, per un ragazzo, gestire la “croce” di predestinato che gli viene cucita addosso. Pensiamo a Moise Kean. A marzo si giocò Italia-Finlandia, prima partita del girone di qualificazione a Euro 2020. Kean, nato nel 2000, quindi appena diciannovenne, juventino di solari speranze, debuttò in Nazionale e segnò uno dei due gol che decretarono la vittoria degli azzurri. Un sogno. Un talento sbocciato. Roberto Mancini non esitò a definirlo un predestinato. Moise visse un periodo d’oro facendo la spola tra l’azzurro e il bianconero, realizzando gol pesanti. La profezia di Mancio sembrava confermata. Tutti scrivevano che il calcio italiano poteva contare su un altro campione in erba, e bla bla bla.
Ieri sera si è disputato il match di ritorno Finlandia-Italia. Kean non c’era. Come mai? Infortunato? Squalificato? No. È successo che Moise ha tenuto un comportamento un po’ sbarazzino ai campionati europei under 21 dello scorso giugno, e l’indisciplina gli è costata cara. Niente convocazioni in Nazionale maggiore e la Juve si è rapidamente sbarazzata del suo gioiellino piazzandolo in Inghilterra all’Everton. Nessuno lo chiama più il predestinato. Magari tornerà ad esserlo, ma per ora è in stand by. Discorso simile per Nicolò Zaniolo (compagno di birichinate di Kean), il romanista la cui sventolata predestinazione è stata messa pesantemente in discussione.
Morale della favola. Occhio all’etichetta di predestinato, soprattutto quando è palesemente affrettata. Con tutto ciò, in bocca al lupo Leclerc.
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