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GIANNI RIVERA 

«Mai stati d’accordo , io e lui Ma è stato il più grande...»

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IL RICORDO

«Orrido calcio, ridacci il nostro Gianni Brera«. A 100 anni dalla nascita di quello che fu definito «uno scrittore truccato da cronista», il mondo del calcio celebra uno dei suoi più illustri narratori, un istrionico polemista, un inventore di nomi e soprannomi entrati nella cultura popolare. Un pallone ancora in bianco e nero che Gianni Brera è stato capace di trasformare spesso in epopea. »Brera è Gadda spiegato al popolo», scrisse di lui Umberto Eco, alludendo alla capacità di trasformare la cronaca di una partita in una pagina narrativa. Creando personaggi come l’«abatino» Gianni Rivera, uno degli uomini simbolo del mondo del pallone, calciatore che ha fatto innamorare, amare ma anche separato e diviso e che per una vita intera si è portato sulle spalle quel soprannome coniato ad arte da “Gioannbrerafucarlo”. Gioan fu Carlo era nato l'8 settembre del 1919 a San Zenone al Po, minuscolo paesino in provincia di Pavia alla confluenza con l'Olona. Morirà a 73 anni, in un incidente automobilistico. Paracadutista della Folgore fuggito alla Gestapo e poi partigiano, si laurea in Scienze politiche e coltiva la passione - poi messa a frutto - della cultura classica. A 30 anni è il più giovane direttore della Gazzetta dello Sport, poi Il Giorno, il Giornale, Repubblica, la direzione del Guerin Sportivo. Quel nomignolo di Abatino, Brera lo affibbiò a Rivera a inizio degli anni Sessanta vedendo giocare su un campo di pallone «un omarino fragile ed elegante, così dotato di stile da apparir manierato, e qualche volta finto». Nonostante quel «giocatore da amichevole» riuscisse a confezionare una carriera strepitosa, per lui l'amore calcistico di Gianni Brera non scoccò mai, anche se l'ex bandiera rossonera non se ne è mai fatto un cruccio e oggi lo ricorda con dolcezza e nostalgia. «Il termine abatino all'inizio lui se l'era inventato per me, Mazzola e Bulgarelli - ricorda Rivera - ma io fui l'unico che gli rispose per le rime e così quel nomignolo mi ha poi accompagnato per tutto il resto della carriera. E comunque abatino non mi fece mai né caldo né freddo. Semplicemente faceva parte del gioco: lui aveva il diritto di dire la sua e di polemizzare, io avevo quello di rispondergli a tono. Ma, ripeto, faceva parte delle polemiche, nulla di più anche se io e lui avevamo due visioni diverse del calcio. Non l'ho mai considerato un avversario, anche se scriveva articoli che facevano male e arrabbiare. Poi, quando ci si incontrava, finiva tutto davanti a un buon bicchiere di rosso». —

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